Carceri, Garante Fvg: “A Trieste 255 detenuti in struttura da 150 posti”

- "In una Regione bella e civile come la nostra non riesco ad accettare che non si riescano a trovare soluzioni diverse dal carcere per tante delle persone detenute che incontro, le cui storie raccontano sempre più spesso disagio sociale, dipendenze, fragilità e marginalità". Così in una nota il Garante dei diritti della persona del Friuli Venezia Giulia, Enrico Sbriglia, commenta la situazione del carcere triestino del Coroneo, dove a fronte di una capienza prevista di 150 detenuti sono presenti 255 persone, tra uomini e donne. Riflessione che arriva a margine delle funzioni religiose celebrate nella casa circondariale dal vescovo di TRIESTE, Enrico Trevisi. "Provate a versare due litri e mezzo d'acqua in una bottiglia da un litro e mezzo, senza che si disperda, bagni il tavolo e le vostre mani o vada sprecata", è l'immagine cui ricorre Sbriglia per descrivere il sovraffollamento nel carcere triestino. "Certo ci sono anche i criminali strutturati, e persone che hanno commesso reati gravi- aggiunge il Garante-, ma chiedo di distinguere le situazioni e di utilizzare strumenti diversi quando il carcere non rappresenta la risposta più efficace. Ma davvero si ritiene utile questa modalità di governo delle persone detenute, che può apparire come una forma strisciante di vendetta di Stato? Ma davvero pensiamo che comprimendo quei corpi, in carceri spesso prive di personale sufficiente, educatori, psicologi, assistenti sociali, insegnanti, formatori, medici e infermieri, si faccia sicurezza e si riduca la commissione di nuovi reati?".
Sbriglia pone inoltre il problema di che vita trovano i detenuti una espiata la pena e tornati in libertà: formazione, lavoro, assistenza sociosanitaria. Serve, secondo il Garante, un netto aumento del numero di comunità e dei percorsi terapeutici per le persone con problemi di tossicodipendenza. Da questo punto di vista, continua, "la Regione potrebbe assumere un ruolo di regia pubblica finanziando e controllando progettualità serie, sostenendo percorsi di formazione, lavoro e reinserimento e collaborando con la magistratura di sorveglianza. Il lavoro e l'attribuzione ponderata di spazi di responsabilità controllata vanno assicurati a questo esercito altrimenti di perdenti, investire nel reinserimento significa anche investire nella sicurezza della comunità", sottolinea. "Aiutando e favorendo percorsi alternativi per le persone detenute innocue, malate o profondamente fragili, la Regione aiuterebbe anche sé stessa", conclude. (Mil/ Dire)
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