Pubblichiamo da Fabrizio Maniago Segretario Regionale FVG Sindacato Italiano Unitario Lavoratori Polizia
"La gravissima situazione che sta colpendo l’Italia ed il Friuli Venezia Giulia in
questa lunga estate senza fine, non è per niente nuova tanto che, già da alcuni
anni avevo coniato il neologismo della “perenne emergenza”.
La provincia di Gorizia ospita un CPR al collasso in termini di capacità ricettiva
e Trieste deve farei conti con la cd. “rotta balcanica“ dovuta ai continui
rintracci e presentazioni spontanee quotidiane di migranti che “approdano”
senza soluzione di continuità oramai tutto l’anno.
La profezia di un’ondata massiva di arrivi è scolpita, nero su bianco, su
molteplici pagine cartacee ed on line di numerose testate giornalistiche; Analisi
la cui scaturigine segue l’abbandono da parte degli USA dall’Afghanistan già lo
scorso anno. Chiunque si occupa di questa materia aveva ampiamente
pronosticato un incremento del flusso in ingresso con ampio anticipo.
Un dato su tutti; In questa dimenticata provincia del nord est siamo passati
negli ultimi dieci/quindici anni da 120 richiedenti asilo all’anno ad oltre 6000
(SEIMILA), mentre il numero di personale, le strutture, la logistica,
l’organizzazione generale non ha visto incrementi di sorta (SIC!). Il dato è
supremamente oggettivo ed accomuna tutte le realtà.
Il Friuli Venezia Giulia per orografia è la porta naturale della rotta balcanica e
pensare di mettere un cancello di chiusura è fuori da ogni logica.
Le migrazioni si datano dalla notte dei tempi “Quando un forestiero dimorerà
presso di voi nel vostro paese, non gli farete torto. Il forestiero dimorante fra
di voi lo tratterete come colui che è nato fra di voi; tu l’amerai come te stesso
perché anche voi foste stati forestieri nel paese d’Egitto. Io sono il Signore
vostro Dio1.” Il brano citato non è l’unico riferimento allo straniero nei testisacri; lo si ritrova anche nel Vangelo di Matteo2 e nell’Esodo3. I testi Vetero
sacramentali sono lì a ricordarci che le migrazioni dei popoli non si fermano con
muri e filo spinato, ma attraverso una pluralità di risposte concrete e la
sinergia di tutti gli attori istituzionali nazionali e sovranazionali.
L’ipocrisia che circonda questa materia oramai è insostenibile ed è proprio per
questa ragione che si deve iniziare a parlarne in modo franco ed aperto, senza
tabù e soprattutto senza infingimenti, togliendo quella patina di falso
perbenismo che impedisce la visione reale e senza filtri di una società che sta
collassando giorno dopo giorno.
L’assioma da cui vorrei partire è che i vincoli che discendono dalla Convenzione
di Ginevra del 28 luglio 1951, ratificata in Italia con provvedimento del 24
luglio 1954 non possono essere revocati in dubbio di talchè, l’accoglienza di chi
scappa dalla guerra e dalle persecuzioni è un obbligo non solo giuridico, ma
soprattutto etico e morale al quale, tutti gli Stati aderenti alla Convenzione
internazionale non possono sottrarsi. Tutti gli Stati e non solo l’Italia!
Parimenti ci sono alcuni interrogativi che non possono essere sottaciuti e che
vanno ponderati con la dovuta serietà, scevri da ideologie di sorta e
soprattutto con il buon senso che oramai pare una virtù in via d’estinzione.
Oggi più che mai si impone un bilanciamento per la tutela di tutti, migranti
compresi, che passa attraverso la solidarietà universale e non solo domestica,
ma che deve contemplare anche il rispetto dei Diritti dei consociati.
Partendo da questa premessa ci si pone un primo interrogativo.
SUSSISTE UN LIMITE ALL’ACCOGLIENZA?
Il primo punto è che si accoglie nella misura in cui, si è in grado di accogliere.
La situazione che si palesa davanti alla stazione centrale dei treni di Trieste,
presso il Silos ed in alcune parti della città non è sicuramente quella di un
paese civile.
I reportage di questi giorni fanno emergere uno spaccato poco edificante
dell’accoglienza tergestina, frutto di un ingresso oramai fuori controllo.
I bivacchi a cielo aperto non solo sono forieri di possibili epidemie afferenti il
profilo sanitario, ma possono essere la scaturigine di gravi turbamenti
dell’ordine pubblico.
Ergo si deve porre un limite - condiviso da tutti gli attori locali - alla capacità
ricettiva e si deve lavorare in modo da non superare quel limite. Un limite
parametrato sulle risorse disponibili di un territorio in termini economici e
strutturali che consenta al territorio stesso, alla sua comunità ed alle
articolazioni preposte di porre in essere una vera accoglienza in termini
umanitari reali.
Un’accoglienza che miri all’integrazione e non alla ghettizzazione, alimentando
focolai che domani sarà impossibile governare. I segnali ci sono tutti e non
possiamo continuare a mettere la testa sotto la sabbia ed a far finta di non
vedere quello che succede ogni giorno intorno a noi e come sono cambiate le
città, la vita e le abitudini delle Persone che a determinate ore ed in
determinati quartieri non possono circolare.
Nemmeno possiamo fare dei paragoni con altri paesi che stanno peggio. Il fine
è rimanere ciò che siamo, accoglienti, umani, aperti, cosmopoliti, nella misura
in cui possiamo sostenere l’impatto.
Se non siamo in grado di dare un barlume di dignità a chi entra, allora
dobbiamo chiedere con forza all’Europa un cambio di passo. Dobbiamo
chiedere la redistribuzione interna e sovranazionale.
Non si può pensare di creare a Trieste un ghetto a cielo aperto in una città di
appena 220.000 abitanti. Mutatis mutandis lo stesso vale per qualsiasi altro
luogo della Regione e del Paese per intendersi.
Le strutture sono al collasso, le Persone sono per strada perché non ci sono
posti disponibili nel circuito dell’accoglienza. La mole di disperati che arriva,
bivacca ovunque in condizioni da paese del terzo mondo. Il carso è una latrina
a cielo aperto, indumenti ovunque, sporcizia, plastica, bottiglie, carta,
deiezioni.
Tutto questo deve essere gestito nel migliore dei modi perché non fa che
alimentare l’odio e l’aggressività, l’intolleranza creando solchi anche in chi, si è
sempre dimostrato aperto ed accogliente proprio perché esasperato.
Non è questo il modo corretto di affrontare un problema di cui si avevano ampi
segnali con sommo anticipo. Non è nemmeno possibile scaricare sulla Polizia,
e sui Colleghi questo fenomeno epocale la cui gestione non può ricadere su un
gruppo ristretto di operatori di buona volontà quando sono tutti concordi a
parole che, la soluzione va cercata in Europa e forse non basta più.
Il tampone, la pezza che stiamo mettendo ogni giorno buttando il cuore oltre
l’ostacolo da oltre quindici anni non regge più ed i segnali sono sempre più
evidenti a tutti gli operatori di settore.
La mancata possibilità poi di un integrazione in termini globali e quindi non
solo lavorativi, ma familiari, sociali, relazionali porta all’esplosione di forme di
inaudita violenza a cui non siamo abituati che aprono ulteriori solchi e scenari e
riflessioni profonde.
La violenza ai danni della Collega di Napoli a cui, va tutta la nostra solidarietà,
unita alla ferma condanna non solo dell’autore dell’esecrabile delitto, ma in
concorso di tutti coloro i quali hanno permesso il formarsi di quella “cloaca di
coltura” che ha permesso questo vile atto, è il frutto avvelenato di anni di falso
perbenismo ed ipocrisia.
Frutto che ha portato altresì alla consapevolezza oggettiva che il crimine paga,
alla sensazione oggettiva che non sussiste punizione per chi viola le leggi, alla
sicurezza che qualunque nefandezza si compie, la legge sarà più lenta della
vita e che il redde rationem non arriverà mai.
Ciò porta ad una seconda riflessione importante, perché abbiamo ancora
tempo, ma bisogna correre alla stessa velocità di un computer di ultima
generazione.
INGRESSI – RESPINGIMENTI - PROCEDURE
Il secondo problema che si vuole lumeggiare attiene alla falsificazione della
realtà ove il Regolamento Dublino che, radica la competenza della procedura di
asilo in capo al primo paese di contatto del migrante è completamente
disatteso e va immediatamente rivisto.
Dato per assodato che non si riesce ancora a trovare una quadra sulla
redistribuzione in ambito europeo che, non passi attraverso atti di buon cuore
di singoli governanti illuminati (e ciò accade anche in ambito domestico a
quanto pare), va rivista la procedura sulle riammissioni.
Cento migranti al giorno che entrano dalla Slovenia non è un numero
accettabile perché a fronte dell’attuale normativa, queste Persone dovrebbero
fare istanza di Protezione internazionale in Slovenia attendendo il
perfezionamento della procedura amministrativa in tale Stato membro dell’UE.
Al fine di arginare e contrastare efficacemente l’imponente flusso migratorio in
ingresso era stato rispolverato un vecchio arnese, un accordo intergovernativo
bilaterale (Italia - Slovenia) firmato a Roma il 3 settembre 1996. Tale accordo
prevedeva la riammissione dall’Italia alla Slovenia delle Persone (i migranti)
attraverso una procedura più snella dell’eventuale applicazione del
Regolamento Dublino III nei casi previsti (rintraccio entro 10 km dal confine in
un lasso temporale breve dall’ingresso).
La prefata procedura è stata oggetto di forti censure che l’hanno ritenuta
inapplicabile alla luce di uno ius superveniens declinato proprio dal
Regolamento Dublino III.
Considerato però che la ratio sottesa ad entrambi gli articolati normativi è la
medesima, il decisore politico nazionale potrebbe impegnarsi a compulsare
quello europeo per inserire nel Regolamento sovranazionale delle clausole di
salvaguardia che possano prevedere l’applicazione di un accordo
intergovernativo tra paesi contigui, laddove tale accordo non si ponga in
conflitto con lo spirito della norma regolamentare.
Ebbene, se lo spirito della norma è quello di radicare la competenza nel Paese
di primo contatto, non si vede allora il motivo per cui tale deroga non possa
essere inserita nel diritto pattizio internazionale.
Se il migrante arriva dalla Slovenia e vi è la prova provata (rectius
incontrovertibile), allora la Slovenia dovrà istruire la procedura.
Non è possibile la pratica del forum shopping ove è il migrante a scegliere a
monte lo Stato membro ove chiedere asilo.
ESPULSIONI UNA PAROLA VUOTA DI SIGNIFICATO
Un ulteriore spunto di riflessione riposa nel fatto che l’istanza di riconoscimento
della Protezione Internazionale non può rappresentare un salvacondotto
generale del migrante fuori da ogni regola di condotta civile.
Chi chiede la protezione dello Stato Italiano deve, allo Stato Italiano, il rispetto
delle regole di civile convivenza condivise.
Il macchiarsi di esecrabili crimini contro la persona dovrebbe essere equiparato
ad un implicita rinuncia alla procedura di asilo.
Su questo punto il legislatore dovrebbe scegliere con procedura d’urgenza un
corpus di reati o comportamenti che una volta violati dal richiedente la
protezione, portino all’immediata fuoriuscita della Persona dal circuito di
protezione stessa con riammissione nel paese di provenienza.
Quali delitti e quale grado di stabilità dell’accertamento è qualcosa che andrà
ponderato e scelto dal legislatore, ma di certo non è pensabile attendere la
pronuncia del Supremo Consesso di Cassazione davanti ad uno stupro, un
tentato omicidio, lesioni volontarie gravissime, risse in cui ci scappa il morto.
Per tali evenienze è lo stesso migrante che sceglie per facta concludentia di
autoespellersi dal territorio che lo ospita e quindi va riammesso nel suo paese
di origine.
Non si può continuare a tollerare la costituzione di baby gang dedite allo
spaccio di sostanze stupefacenti ed alla risoluzione delle conflittualità
attraverso atti di inaudita violenza.
Il contratto sociale declinato da Hobbes, Locke e Rousseau non può essere
derogato da una richiesta di protezione internazionale farlocca.
Vi sono delitti per i quali non sussiste oscurità nel precetto, perché sono noti
all’universo mondo. Tutti quei comportamenti di sopraffazione di un altro
essere umano attraverso la violenza, la coercizione, il sopruso sono vietati
ovunque.
Il diritto del richiedente la protezione internazionale non può prevalere sul
diritto del cittadino a non trovarsi coinvolto in una sparatoria, una rapina, atti
di violenza inaudita.
Se la Costituzione richiede al cittadino doveri di solidarietà (art. 2), fedeltà
(art. 54) contribuzione (art. 75), allora a maggior ragione deve richiedere a chi
entra per la procedura di asilo di comportarsi secondo semplici regole di
convivenza civile. Non si ritiene di chiedere troppo.
Se queste regole basilari vengono violate con dolo, allora il diritto all’esame
dell’istanza viene meno con conseguente obbligo di ritorno dal luogo da cui si
proviene, attraverso una procedura che contempli delle garanzie di controllo,
ma sia parimenti effettiva ed efficace.
La Carta Costituzionale pensata dai padri fondatori nel lontano 1948, non può
essere foriera solo di obblighi del cittadino verso l’universo mondo.
Quel frutto di assoluta civiltà giuridica, lascito di chi diede la vita per
consegnarci l’Italia di oggi, nella sua continua ricerca di un punto di equilibrio
tra le tensioni sociali ed economiche contiene la via per assicurare anche il
Diritto sacrosanto del Cittadino a vivere in pace e sicurezza.
Diritti scolpiti anche dalla CEDU, dal Patto internazionale sui diritti civili e
politici (New York 16.12.1966); Libertà e Sicurezza non sono solo appannaggio
di chi pronuncia la parola magica “Asilo”.
Riflettere su questi temi fuori dalla logica di un politically correct ad ogni costo
è oggi più che mai di vitale importanza.
Ponti d’oro a chi fugge dalla guerra, a chi scappa dalle persecuzioni, a
chi rischia la vita per ciò che è o rappresenta, ma porte girevoli per chi
crede che l’Italia sia il bengodi del crimine.
Lo stiamo chiedendo noi, lo chiedono i cittadini, lo chiedono i cittadini stranieri
per bene, in possesso del titolo di soggiorno che, vengono accomunati a coloro
i quali compiono azioni ripugnanti.
La stratificazione di regole, l’ipertrofia normativa di articolati anche in contrasto
tra loro ha creato ciò che tutti noi tocchiamo con mano ogni santo giorno.
Uno groviglio di norme ove il più furbo, il più scaltro, il più astuto criminale
sguazza a scapito di chi lavora per un salario da fame, a chi si spacca la
schiena per sbarcare il lunario.
C’è bisogno di un cambio di passo immediato, su più fronti che in queste brevi
riflessioni ho cercato di toccare.
Non si esce da questa situazione da soli, non si esce con slogan di pancia, non
si esce senza la sinergia di tutti gli attori istituzionali nazionali e sovranazionali.
Si devono cambiare le leggi, snellire i procedimenti amministrativi, rendere
effettive le decisioni. Tutto ciò va fatto implementando gli organici delle forze
di polizia, delle commissioni territoriali amministrative che vagliano le istanze
di protezione internazionale, dei giudici deputati ai ricorsi giurisdizionali.
Infine, vanno strutturati e rafforzati gli istituti preposti a dare esecuzione alle
decisioni giurisdizionali significando che, se alla fine di un percorso
relativamente veloce, la decisione è negativa, la Persona deve poter essere
rimpatriata attraverso un sistema calato in una cornice di assoluta legalità e
trasparenza.
Il compito del decisore politico sarà molto impegnativo, ma la strada non può
che essere quella lumeggiata a grandi linee in queste poche righe, perché è del
tutto evidente che il prodotto di oggi è il frutto avvelenato di ciò che non si è
avuto il coraggio di fare ieri".