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Politica

Sgombero, ICS: “Operazione mediatica, gestione inadeguata e senza diritti, città rischia di esplodere”

Luca Marsi ·
Sgombero, ICS: “Operazione mediatica, gestione inadeguata e senza diritti, città rischia di esplodere”

Trieste torna a svegliarsi con una scena che, ormai, somiglia a un déjà-vu inquietante. Ancora una volta Porto Vecchio, ancora una volta un’operazione di sgombero, ancora una volta la stessa domanda che resta sospesa nell’aria gelida di gennaio: dopo, dove vanno le persone?

A lanciare un grido d’allarme durissimo è l’ICS – Consorzio Italiano di Solidarietà, Ufficio Rifugiati di Trieste, che in una nota datata 22 gennaio 2026 parla senza mezzi termini di un esito drammatico: oltre 100 persone sarebbero rimaste in strada, senza una soluzione concreta, proprio nel pieno dell’inverno.

“Stesso copione, stesso risultato: trasferimenti insufficienti”

Secondo l’ICS, lo sgombero di ieri mattina avrebbe riprodotto esattamente lo scenario già visto il 3 dicembre: un intervento “di forza”, seguito da un numero di trasferimenti ritenuto insufficiente rispetto alle presenze complessive nell’area.

Il bilancio evocato nella nota è pesante: una parte sarebbe stata effettivamente trasferita, ma un centinaio di persone sarebbe rimasto escluso, con la conseguenza più brutale possibile: finire di nuovo in strada, dopo mesi trascorsi in una precarietà estrema.

E qui il punto diventa più cupo: per l’ICS non si tratta solo di disorganizzazione, ma di un sistema che lascia buchi enormi, e dentro quei buchi si perdono vite.

L’accusa più grave: “obiettivo sigillare i magazzini, non accogliere le persone”

Nel comunicato l’ICS alza ulteriormente il tiro. Non solo denuncia il numero delle persone lasciate senza riparo, ma contesta anche la logica dell’intervento.

Secondo l’associazione, l’obiettivo prioritario dell’operazione sarebbe apparso ancora una volta la “sigillatura” degli edifici, con un riferimento esplicito all’edificio numero 4, più che l’accoglienza e la presa in carico delle persone.

In altre parole: si chiudono i luoghi, ma non si aprono alternative. E quando la scelta è questa, il risultato è una sola cosa: esseri umani buttati fuori da un riparo precario per finire in un vuoto ancora peggiore.

“Criteri poco chiari e nessuna tutela per fragilità e procedure”

C’è poi un altro elemento che rende il quadro ancora più inquietante. L’ICS sostiene che i criteri di selezione per i trasferimenti non sarebbero risultati chiari, e che non terrebbero conto in modo adeguato né della cronologia di formalizzazione delle domande di asilo, né delle condizioni di vulnerabilità.

È una contestazione grave, perché parla di persone che non sono numeri: persone con storie, traumi, ferite, condizioni sanitarie precarie, senza una rete familiare, senza strumenti, senza protezione.

E in quel contesto, essere esclusi da un trasferimento può voler dire solo una cosa: scivolare più giù, fino a diventare invisibili.

Inverno e temperature rigide: “motivazione paradossale”

Nella nota viene citato anche un passaggio che suona come un cortocircuito morale. L’ICS richiama quanto riportato dalla Questura: lo sgombero sarebbe finalizzato a “ripristinare condizioni di sicurezza e igiene”, anche in considerazione delle temperature rigide del periodo invernale.

Ma l’associazione definisce questa giustificazione paradossale, perché, se davvero il freddo è un’emergenza, lasciare oltre 100 persone senza protezione significa spingerle esattamente nel pericolo che si dice di voler evitare.

È qui che il dramma diventa completo: il gelo non guarda le carte, non distingue tra chi è stato trasferito e chi no.

“Operazioni straordinarie e mediatiche: così si spreca tutto, risorse comprese”

Il comunicato mette sotto accusa anche la natura stessa degli sgomberi: per l’ICS si tratterebbe di operazioni “straordinarie”, costose e mediaticamente spettacolari, che però non risolvono nulla perché, pochi giorni o poche settimane dopo, l’emergenza torna identica.

Secondo l’associazione, sarebbe invece necessario un sistema di trasferimenti settimanali programmati, “solido e trasparente”, capace di evitare l’abbandono in strada e la ripetizione continua di questi “spettacoli”, con conseguente risparmio di risorse pubbliche.

In sostanza: meno sirene, più programmazione. Perché il problema non è che Trieste non intervenga, ma che lo faccia sempre dopo, sempre “a strappi”, sempre quando la tensione è già esplosa.

“Non è più una sequenza di emergenze: è una gestione strutturalmente inadeguata”

La conclusione del documento è una delle frasi più dure, e lascia un’impressione netta: per l’ICS quello che sta accadendo non può più essere raccontato come una semplice emergenza.

Si parla apertamente di una gestione strutturalmente inadeguata, che non garantirebbe né dignità né rispetto dei diritti umani fondamentali.

Ed è qui che la città rischia davvero di rimanere intrappolata: perché quando l’emergenza diventa normalità, quando l’inverno si ripete e con lui gli sgomberi, quando il gelo torna e le persone restano fuori… non è più cronaca, è una ferita che si allarga.

 

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