“Senza il Consultorio la Casa di Comunità perde senso”, l’allarme di AVS sul DM 77

Il DM 77 individua chiaramente il Consultorio come uno dei servizi chiave della sanità territoriale. Eppure, secondo Serena Pellegrino, consigliera regionale di Alleanza Verdi e Sinistra, e Tiziana Cimolino ed Elisa Moro, esponenti di AVS Trieste, nei protocolli operativi delle Case di Comunità il Consultorio continua a non essere pienamente integrato. Una scelta che, spiegano in una nota congiunta, “apre un vuoto assistenziale e tradisce l’idea stessa di Casa di Comunità come accesso semplice, unitario e vicino alle persone”.
“Senza consultorio si frammentano i percorsi”
Secondo le esponenti rossoverdi, una Casa di Comunità priva di un’integrazione strutturata del Consultorio non semplifica l’accesso alle cure, ma lo rende più complicato. “Il cittadino non trova una vera porta d’ingresso – spiegano – ma un insieme di servizi scollegati, con percorsi opachi e rimbalzi che aumentano disuguaglianze e ritardi nelle cure”. Un assetto che, sottolineano, fa perdere la dimensione preventiva, sociale e di presa in carico che da sempre caratterizza il Consultorio.
Prevenzione mancata e pressione sugli ospedali
L’assenza di un collegamento reale con il Consultorio, secondo AVS, impedisce di intercettare bisogni e disagi a livello locale, con l’effetto di riversarli successivamente sugli ospedali. In ambito ginecologico-ostetrico, molte urgenze minori e situazioni non patologiche potrebbero essere gestite nei consultori, anche grazie al lavoro delle ostetriche, evitando accessi inutili al Pronto Soccorso. Lo stesso vale per la salute mentale e il disagio giovanile, dove il supporto psicologico e sociale rappresenta un filtro fondamentale: “Quando manca – osservano – le crisi esplodono più tardi e più gravemente”.
“Rischio ambulatori senza anima”
Per Pellegrino, Cimolino e Moro, solo una piena integrazione del Consultorio nei percorsi delle Case di Comunità renderebbe concreta la territorialità prevista dalla riforma. Multidisciplinarità tra medici di medicina generale, infermieri di famiglia, assistenti sociali e psicologi, presa in carico nel distretto e minori costi sociali ed economici per cittadini e famiglie, soprattutto le più fragili. “Il rischio – concludono – è che le Case di Comunità si riducano a semplici contenitori di ambulatori, perdendo prevenzione e integrazione sociosanitaria. Senza questa fusione, ridurre il ricorso all’ospedale resta un obiettivo difficile da raggiungere”.
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