Don Malnati, dialogo contro la guerra non deterrenza
"Deterrenza o dialogo per educare alla pace? Pensare alla deterrenza armata, cioè l'uno e l'altro armati, come logica per la pace è già di per sé un attentato alla pace stessa: non si educa alla pace diffondendo come etica una mentalità belligerante. Anche se fosse legittimo il fine, questo non può rendere etico e quindi giustificati i mezzi. Già Macchiavelli aveva tentato di far passare il contrario di ciò". E' il pensiero del teologo mons. Ettore Malnati, affidato oggi a una nota. "L'umanità per poter apprezzare e promuovere la pace ha bisogno di scelte sociali e culturali che presentino strategie di concreti negoziati diplomatici", per prevenire "scontri ideologici e mire espansionistiche di questo o quello Stato di diritto e vigili affinché non si annidino presenze terroristiche", indica mons. Malnati. Per il quale occorre "una cultura di pace", "dello sviluppo di una rispettosa fraternità sociale, economica, religiosa e culturale". In questo quadro, "le Istituzioni della Comunità internazionale devono prevenire ed affrontare le diverse conflittualità ideologiche ed espansionistiche, per far rispettare le varie sovranità con strumenti giuridici e sanzioni che siano atti ad evitare l'uso delle armi e per dare effetto di concretezza ad arbitrati diplomatici", abbandonando "la logica della conflittualità armata come soluzione ai problemi ed educare al dialogo istituzionale per la soluzione di problematiche tra Popoli e Stati". Ricordando il Mahatma Gandhi che "chiedeva al mondo intero di risolvere le gravi problematiche che dividono, escludendo la violenza", mons. Malnati sostiene che la "conflittualità armata anche quando si conclude, lascia un grande strascico di amarezze e spesso una voglia di vendicarsi a vari livelli, e richiede generazioni per una sincera convivenza". Invece, "la pace è una conquista quotidiana" che "si costruisce guardandosi negli occhi e trovando ciò che vi è di giusto e di vero nell'altro, anche se diverso dal mio criterio di giustizia e di verità, non in una logica relativista ma, alla luce di un arbitrato super partes, in una valutazione del giusto possibile e del vero sufficientemente luminoso". (ANSA) DO
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