Pubblichiamo dalle segreterie Femca Cisl - Fit Cisl - Fim Ci
"Se compariamo la forza lavoro di AcegasAps presente in Italia, negli esercizi 2012/2021, escludendo i dipendenti delle aziende estere, riscontriamo che nel 2012 la forza lavoro era pari a 1890 unità (1934-44 dipendenti esteri) contro i 1598 del 2021 (1744-146 dipendenti esteri). In dieci anni la forza lavoro si è ridotta di 292 unità nonostante i ricavi netti siano passati da 626,3 milioni del 2012 ai 866,1 milioni del 2021 (nel 2021 AcegasApsAmga ha distribuito dividendi per 23.723.110 su un utile netto di 25.168.262).
Se analizziamo, invece, le tipologie contrattuali, nella fattispecie i contratti a tempo indeterminato presenti in AcegasApsAmga desunti dai bilanci 2012/2021, e nell’analisi comparata escludiamo tutte le altre forme contrattuali, compreso i dipendenti delle attività estere, si capisce ancora meglio quello che è successo in questi anni di gestione del gruppo Hera.
Infatti, i tempi indeterminati nel 2012 risultavano pari a 1802 unità in luogo delle 1876 complessivi (1876- 30 apprendisti - 44 dipendenti estero, all. 1) contro le 1554 in luogo delle 1700 del 2021 (1700-146 dipendenti estero, all. 2). Appare chiaro che i tempi indeterminati in AcegasApsAmga si riducono di ben 248 unità, con l’aggravante che il personale aumenta all’estero, da 44 a 146 unità, e diminuisce in Italia, da 1802 a 1554.
La contrazione ha interessato per quasi 98% la categoria degli operai A pagare il prezzo più alto è proprio Trieste, dove la direzione ha dapprima dichiarato, sulla
stampa locale, 820 dipendenti, per poi rettificare, a 787. Purtroppo, anche quest’ultimo dato aziendale risulta abbondantemente sovrastimato, attestandosi, se consideriamo anche le uscite previste entro fine dell’anno in corso, a scarsi 700 dipendenti.
È utile ricordare che nel 2012 l’allora amministratore delegato, dott. Pilllon, dichiarava, sulle pagine di questo giornale, una forza lavoro su Trieste pari a 1000 unità.
È di tutta evidenza che questa contrazione degli organici si intreccia con la politica delle esternalizzazioni che l’azienda ha operato in questi anni, peraltro, ribadiamo, senza mai informare il sindacato, rifiutando tutt’ora di farlo nonostante le continue sollecitazioni.
Chi eroga servizi pubblici locali non può concepire il territorio solo come destinatario finale di scelte unilaterali, ma deve trovare nel territorio e con il sindacato e le istituzioni le ragioni da cui alla fine prendono forma le scelte. Sulle esternalizzazioni è importante capire quali sono le attività e i servizi non ritenuti determinanti rispetto alla mission aziendale, agli effetti sull’organizzazione del lavoro, sull’occupazione e sulla qualità del servizio.
Su quest’ultimo punto non possiamo non rilevare come sulla raccolta differenziata è da tre anni che si è fermi al 44% con una flessione nel 2021, mentre su Padova siamo ormai al 65%, così come sulle perdite nella rete idrica che ha visto peggiorare la situazione passando dal 33% al 34%.
Una situazione, questa, che fa il paio con una politica degli investimenti del tutto insufficiente: i 32 milioni dichiarati sulla stampa sono davvero pochi se li dividiamo per i 5 settori di attività presenti su Trieste.
Purtroppo, da tempo sono evidenti alcune criticità importanti negli assetti gestionali del gruppo, che rendono difficoltosa la ricerca di un soddisfacente equilibrio tra i diversi portatori di interessi rilevanti in gioco: cittadini/utenti, amministrazioni locali, territori, lavoratori e sindacati.
Questo chiama in causa la responsabilità di tutti, istituzioni e sindacato, nella ricerca di un tipo di confronto concentrato sulla mission di questa impresa, cioè su cosa si produce, come si produce e per chi si produce. Significa presidiare le politiche generali, tariffarie, di inclusione, ambientali. Significa concorrere a definire le scelte strategiche di un’impresa che ha anche un ruolo sociale sul territorio, significa ragionare sugli investimenti, significa rivedere sistema di relazioni sindacali che negli ultimi anni ha subito un evidente e preoccupante degrado, dove il sindacato è considerato solo se svolge, senza disturbare, un ruolo notarile.
Ma dobbiamo anche dirci che i 7 milioni di euro erogati al comune di Trieste non possono rappresentare, come per troppo tempo ha creduto questa azienda, il salvacondotto per fare quello che si vuole e come si vuole con i soldi pubblici. Se vogliamo difendere il lavoro, la qualità del lavoro, il salario e l’occupazione, se vogliamo evitare una corporativizzazione dei rapporti sindacali, un eccessivo centralismo, e una conseguente deterritorializzazione, abbiamo la necessità di interrogarci meglio sulla evoluzione di questa azienda.
Abbiamo la necessità di rafforzare il livello territoriale/confederale del confronto, abbiamo la necessità di definire protocolli specifici (quello dello 2013 è stato letteralmente disatteso) anche per minimizzare i rischi che ci sono dentro il processo di crescita e di finanziarizzazione sempre più spinto del gruppo Hera".