Risse in piazza Garibaldi, proposta: “Via tavolini e dehors, stop assembramenti sui marciapiedi”
Dopo l’ennesimo episodio di tensione e paura segnalato in piazza Garibaldi, in redazione arriva la voce di chi quella piazza la vive ogni giorno e non vuole più limitarla a una cronaca fatta soltanto di risse, urla e degrado. È una cittadina triestina, che chiede di restare anonima, a inviare a Trieste Cafe una proposta concreta: due misure preventive che, secondo lei, potrebbero contribuire a ridurre le criticità che si ripetono frequentemente nell’area.
La lettera nasce come risposta diretta al nostro post sull’ultima rissa. E ha un tono chiaro: la situazione, così com’è, non va più bene. Piazza Garibaldi, per la sua posizione e per la sua struttura, viene descritta come un punto ad alta pressione urbana, con forte affluenza, una presenza significativa di bar e un mix continuo di persone e realtà molto diverse tra loro. Proprio questa combinazione, secondo la lettrice, finisce spesso per creare le condizioni ideali per disordini e assembramenti difficili da gestire.
La proposta: “vietare suolo pubblico a tavolini e dehors”
Il primo punto è il più netto e anche quello destinato a far discutere. La lettrice propone di valutare il divieto di concessione del suolo pubblico per tavolini e dehors, sia direttamente in piazza sia lungo i marciapiedi delle aree limitrofe.
Secondo l’idea espressa nella segnalazione, ridurre o eliminare l’occupazione degli spazi esterni da parte dei locali potrebbe diminuire la concentrazione di persone, rendere la piazza più controllabile e ridurre i punti di aggregazione che, in certe fasce orarie, diventano terreno fertile per tensioni e scontri.
La proposta non viene presentata come un attacco ai pubblici esercizi, ma come una misura di prevenzione: togliere “struttura” e “stazionamento” a un contesto che, in molti momenti, viene percepito come fuori controllo.
Secondo punto: “stop assembramenti sui marciapiedi per sicurezza e decoro”
Il secondo intervento riguarda l’ordine e la circolazione. La lettrice propone un divieto di sosta e di assembramenti sui marciapiedi nell’area attorno alla piazza, con un obiettivo dichiarato: garantire maggiore sicurezza, decoro urbano e libera circolazione dei pedoni.
Nella lettera si sottolinea come spesso i marciapiedi diventino veri e propri “corridoi bloccati”, con gruppi fermi per lungo tempo, passaggi stretti e situazioni che generano disagio soprattutto per famiglie, anziani e residenti che attraversano la zona per necessità quotidiane.
L’idea è semplice: riportare i marciapiedi alla loro funzione originaria e ridurre quel senso di “presa di possesso” dello spazio pubblico che molte persone, negli ultimi anni, sostengono di avvertire sempre più forte.
“Da portare a Prefettura e Comune”: l’appello di una cittadina
La cittadina triestina non si limita a proporre le misure, ma indica anche un percorso istituzionale: secondo lei la questione dovrebbe arrivare a Prefettura e Comune, perché i due livelli sono collegati nella gestione della sicurezza e delle criticità urbane.
Il messaggio è chiaro: se piazza Garibaldi è diventata un punto caldo ricorrente, allora non basta più commentare episodio per episodio. Serve una strategia strutturale, fatta di regole, controlli e decisioni che possano incidere davvero sul contesto.
Una proposta che apre il dibattito: sicurezza contro vivibilità
La segnalazione apre un tema delicato: fino a che punto si può intervenire su dehors, tavolini e spazi pubblici per motivi di ordine e sicurezza, senza penalizzare l’attività economica e sociale? E soprattutto: le misure restrittive possono davvero ridurre episodi di violenza, oppure rischiano di spostare il problema altrove?
Domande che inevitabilmente dividono. Ma proprio per questo, la proposta della lettrice diventa una miccia di dibattito: perché nasce dal basso, dalla percezione quotidiana e dalla richiesta di non “normalizzare” più ciò che normale non è.
Piazza Garibaldi resta una delle aree più discusse della città. E quando a parlare non sono le istituzioni, ma i cittadini, il segnale è forte: la comunità chiede risposte. E soprattutto chiede di sentirsi di nuovo tranquilla nei luoghi che dovrebbe poter vivere senza paura.