Trieste è un'isola in giallo per un napoletano

''Trieste? Trieste è un'isola. No, non nel senso che sta 'mmiez' 'o mare, irraggiungibile per terra, che per arrivarci devi fare un viaggio in nave o in aliscafo o, se hai le possibilità e non soffri il mal di mare, in barca a vela o motoscafo. No, in un altro senso, tanto è vero che a Trieste ci puoi arrivare tranquillamente co' 'o treno, che viaggia in un corridoio italiano tra terre straniere e 'o mare. Nu paesaggio bello, mi arricorda 'a costiera amalfitana. Ma quella è magica, chesta è bella. Allora, qual è il senso? Voglio dire cioè che i triestini hanno degli isolani lo spirito: chella immagine sempre presente nel cervello e dint' 'o core di essere unici e soli. E affiatati, obbligatoriamente affratellati, perché tutti ugualmente circondati ed esposti''. Ed è proprio in quest'isola, dove il tempo si è fermato e le abitudini la fanno da padrona, poco Italia poco Austria, mondo a parte, capita lui ''Tagliente Vincenzo, di fu Antonio e di fu Quagliariello Giuseppa, di Casavatore (bella chiavica), Napoli, 43 anni, ex agente sotto copertura, poi messo in disparte per una vicenda poco chiara che mo non mi va di spiegarvi''. È la sua voce dal forte accento napoletano, dalla sonorità catilenante, che guida il lettore per ''Trieste'' nuovo romanzo di Francesco De Filippo per Castelvecchi e sembra inaugurare una saga che ci speriamo continui. Un uomo misterioso che vuole la pasta così al dente da essere considerata cruda, per una spy story, un giallo, in un mondo consumato, sospeso tra passato e presente. Sarà una curiosa gita a Padriciano - meta obbligata per il viaggio della memoria legato al dramma dell'Esodo giuliano-dalmata - a dare una svolta alla sua noiosa vita sotto copertura, nella routine impiegatizia in cui passa le sue giornate in un anonimo ufficio postale. Lì nel campo si imbatte nell'enigmatica Anna Costorici, una signora che parla un misto di quattro o cinque lingue ma non l'italiano - almeno così sembrerebbe - con cui decide di passare furtivamente la notte come fossero madre e figlio. Ma è solo l'inizio di una storia molto complessa, che attraversa nodi della nostra vita nazionale, questioni che ancora non sono risolte in quella terra di confine in cui si trova Trieste ma anche semplice storia di violenza e soprusi. E che tra migranti di ieri e di oggi, arriva fino a sconfinare negli Stati Uniti, ''...nello Stato che professava la libertà, che si faceva paladino della libertà e della democrazia''. Ma non è sempre è così. De Filippo racconta tutto questo con maestria mettendo insieme un mosaico che vede non soltanto una straordinaria ricchezza linguistica ma anche una sorta di fusione e compenetrazione di piani e stili narrativi. È come se le forme della scrittura trovassero tutte insieme un nido, e in questo è calzante la metafora dell'isola che l'autore cita spesso. (ANSA) STF ANSA
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