Microaree sotto pressione, Pd e Adesso Trieste: “Case di comunità sì, ma non smantellando servizi”

Una conferenza stampa convocata il 2 gennaio, nel pieno delle festività, non è casuale. È il segnale di un’urgenza che, secondo Partito Democratico e Adesso Trieste, non può più essere ignorata. Questa mattina, in Regione, i consiglieri Francesco Russo, Giulia Massolino, Luca Salvati e Kevin Nicolini hanno acceso i riflettori su quello che definiscono un paradosso sempre più evidente: le microaree triestine continuano a essere raccontate come un modello di eccellenza nazionale, ma nei fatti rischiano di essere progressivamente depotenziate.
Un modello lodato ovunque, ma sempre più fragile sul territorio
Le microaree, nate dalla collaborazione tra Comune, ATER e Azienda sanitaria, vengono regolarmente citate come esempio virtuoso di sanità e welfare di prossimità. Un progetto studiato, visitato e osservato da operatori e ricercatori di tutta Italia. Eppure, secondo i consiglieri, a questa narrazione pubblica non corrisponde più la realtà vissuta dai cittadini, in particolare da quelli più fragili.
Case di comunità sì, ma non a costo di togliere servizi
Il nodo centrale è il rapporto tra microaree e nuove Case di comunità, finanziate dal PNRR. Un progetto che, spiegano i consiglieri, potrebbe rappresentare un’opportunità importante se integrato correttamente. Il timore, però, è che la nascita delle Case di comunità stia avvenendo senza nuove risorse umane, dirottando personale già scarso dalle microaree e dai servizi territoriali esistenti.
Secondo Russo, non si può accettare che l’innovazione si traduca in una semplice redistribuzione che produce disservizi, chiusure improvvise e mancanza di comunicazione verso i cittadini.
Sportelli chiusi e famiglie senza risposte
Uno degli esempi più critici riguarda il servizio di stimolazione neurocognitiva per le persone affette da demenza, un supporto fondamentale per le famiglie. In alcune giornate, denunciano i consiglieri, utenti e caregiver si sono trovati davanti a sportelli chiusi senza alcun preavviso, perché il personale era stato spostato sulle Case di comunità. Una situazione che, sottolineano, non può essere considerata accettabile.
Massolino: “Servizi sempre più richiesti, ma risorse ridotte”
Giulia Massolino ha ricordato come i gruppi di riattivazione neurocognitiva fossero già stati in passato sospesi o ridimensionati, nonostante un aumento costante della domanda. Emendamenti e ordini del giorno per rafforzare il personale dei servizi territoriali sono stati più volte presentati e sistematicamente bocciati, anche nell’ultima manovra finanziaria.
La richiesta è chiara: le Case di comunità devono essere un’aggiunta, non una sottrazione. Un tassello in più, coordinato con microaree, consultori, distretti e Centri di salute mentale, non un’alternativa che svuota ciò che già funziona.
Salvati: “Chiuse microaree, utenti lasciati fuori”
Luca Salvati ha portato il tema anche sul piano comunale, ricordando come in Consiglio sia stata presentata un’interrogazione sullo stato delle microaree. In alcune zone, come Melara e Altura, si sono verificate chiusure temporanee che hanno lasciato gli utenti senza punti di riferimento. Un segnale preoccupante, soprattutto alla luce dei concorsi andati deserti e della carenza cronica di personale.
Nicolini: “Un paradosso che rischia di svuotare la prossimità”
Kevin Nicolini ha ampliato lo sguardo, ricordando che le Case di comunità nascono per rafforzare i servizi di prossimità, ma a Trieste esisteva già una rete avanzata di microaree e distretti. Invece di potenziare l’esistente, il rischio è quello di disarticolare un sistema che funzionava, trasformando un progetto di comunità in un servizio sempre più ospedalizzato e distante dai quartieri.
La richiesta politica: chiarezza, risorse e audizioni
I consiglieri chiedono ora risposte precise su organici, risorse e prospettive future. È stata avanzata una richiesta formale di audizione dell’assessore regionale alla Sanità e dei vertici dell’Azienda sanitaria, per chiarire cosa stia realmente accadendo e quali garanzie possano essere date ai cittadini.
Il messaggio finale è netto: una riforma è tale solo se porta più servizi e più diritti, non se lascia indietro chi ha più bisogno. E il timore, oggi, è che dietro il racconto dell’innovazione si nasconda una riduzione silenziosa del welfare di prossimità.
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