Giorno del ricordo, Maran: “Un ricordo più vivo che mai, sguardo su un presente che agita l’Europa“
“ Quando, nel 2004, abbiamo istituto la «Giornata del ricordo» dell’esodo, delle foibe e della più complessa vicenda del confine orientale volevamo che le vicende dei profughi istriani potessero diventare qualcosa che riguarda tutti gli italiani. Per diverse ragioni.
Volevamo anzitutto uscire dalle semplificazioni e dalle omissioni di parte e conservare la ricostruzione di tutte le responsabilità (maggiori e minori), dandoci una storia che fosse di tutti, senza tuttavia rinunciare al discrimine tra ciò che è giusto e ciò che è ingiusto, come vorrebbero fare quanti vanno dicendo che, poiché nella lotta antifascista vi furono anche le foibe, allora la resistenza ne uscirebbe delegittimata. Si trattava, in secondo luogo, di mettere in luce una componente centrale delle vicende del confine orientale (non riducibili unicamente allo schema antifascismo-fascismo): quella del conflitto nazionale che, per quasi un intero secolo, ha opposto italiani a sloveni e croati. Il che permette di riflettere su un punto fondamentale, quell’idea etnica di nazione, condivisa dagli uni e dagli altri, che ha reso possibile, prima, la persecuzione da parte del regime fascista degli «alieni» (sloveni e croati), poi, le leggi razziali del 1938 e, infine, la forzata espulsione degli italiani.
Inoltre, si trattava di prendere atto fino in fondo, alla vigilia dell’allargamento della Ue e della ricongiunzione delle due Europe, che è cambiato il rapporto tra nazione e Stato; che il problema della nazione non è separabile da quello della cittadinanza e che questa dipende sempre di più dalla crescita e dall’integrazione fra le economie nazionali e i popoli. Si trattava cioè di mettere in evidenza il legame profondo tra antifascismo, welfare e interdipendenza, che è il «cuore» del progetto europeo.
Oggi c’è un motivo in più. In Italia, sono in molti a sottovalutare il significato e le conseguenze dell’intervento militare russo in Ucraina, fin da quando, nel 2014, al cambio di regime causato da un movimento di protesta dal basso, la Russia ha risposto annettendo la Crimea e fomentando un movimento separatista nelle regioni orientali del paese. Ma la guerra ha evidenziato che la Ue e la Russia rappresentano due universi che collidono. Come si fa a non vedere che se il principio che ha mosso Putin (la supposta necessità di proteggere la popolazione russofona) dovesse affermarsi come “normale”, la giostra è destinata a ripartire? Putin non è un attore tra i tanti, è uno spettro del passato. Occorre ricordare che l’espulsione dei giuliani e dalmati si inserisce appunto, come ha spiegato il Prof. Paolo Segatti, in “un contesto territoriale dove il problema di un esteso pluralismo linguistico e culturale secondo la cultura del tempo andava preferibilmente risolto sulla base del principio: un territorio, uno stato e una lingua”.
Ma per far questo allora “molte persone dovevano essere assimilate, o espulse o uccise’”. Ed è quello che è accaduto, prima alle minoranze alloglotte in Italia poi agli italiani del confine orientale, e a tutti gli uomini e le donne che si sono trovati in posizione di minoranza in Europa centrale e orientale tra le due guerre e dopo la Seconda guerra mondiale.
Sta avvenendo di nuovo, e il paradosso drammatico della situazione attuale è che nel momento in cui le comunità russofone resistono e si oppongono disperatamente all’invasione russa, il Cremlino impone al suo esercito l’uccisione di quelle stesse popolazioni che ufficialmente sarebbe stato mandato a proteggere.
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