"Una riflessione seria e non per slogan andrebbe fatta" parla la Garante dei diritti dei detenuti

In questi giorni massima attenzione viene posta sulla situazione della casa circondariale di Trieste, ancora una volta, solo e soltanto, per parlare di un fatto di cronaca che assume contorni negativi: l’evasione di una persona.E’ un dato che fa scalpore, anche se proprio nell’ultima settimana, in tutta Italia ben tre sono state le evasioni.
La tanto proclamata sicurezza, evidentemente, ha le sue falle: inasprire le pene, creare nuovi reati, inserire sempre più stringenti ostatività alle misure alternative di esecuzione delle condanne e alle pene sostitutive, hanno avuto il solo risultato di incrementare il numero di persone ristrette in carcere anche per reati che certamente non destano particolare allarme sociale, mantenendo però la stessa pianta organica degli appartenenti alla polizia penitenziaria e alle altre aree. Non si è pensato di agire nel rispetto del dettato costituzionale che sancisce che le pene devono tendere alla rieducazione del condannato e non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità. Mal si conciliano tali fondamentali principi con la situazione attuale della casa circondariale dove, a fronte di una capienza effettiva di 117 posti (dai 150 bisogna infatti sottrarre i luoghi non disponibili per ristrutturazioni o inagibilità), le persone detenute sono, da quasi un anno, attestate sulle 240 presenze, dove la pianta organica della polizia penitenziaria è carente di una ventina di unità e il personale è spesso coinvolto in piantonamenti in strutture sanitarie, dove le circolari emanate dai superiori uffici rendono eccessivamente burocratizzato il lavoro sottraendo tempo alla programmazione dei progetti individualizzati.
Pensare alla costruzione di nuovi istituti di pena, lontani dal contesto cittadino, ha il solo fine di spostare l’attenzione dalla crisi del sistema carcerario, ormai evidente a molti. L’esecuzione delle condanne in misure alternative o con pene sostitutive offre maggiori garanzie di risocializzazione e sicurezza laddove il carcere – così com’è attualmente - annienta la speranza.Per alcuni le lenzuola servono per evadere calandosi dalle mura, per altri per evadere definitivamente da questa vita. Settantasei (76) sono le persone detenute che quest’anno si sono determinate a togliersi la vita. Quattro (4) le persone che – operando a diverso titolo all’interno del carcere - hanno fatto identica scelta.
Una riflessione seria e non per slogan andrebbe fatta.
Queste le parole del Garante comunale dei diritti dei detenuti di Trieste, Elisabetta Burla.
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