Vescovo Trevisi dopo Messa in carcere: «Politica non cerchi solo consenso, qui ci sono persone fragili»
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Il vescovo di Trieste Enrico Trevisi ha celebrato la Messa in carcere e, al termine, ha affidato una lunga riflessione al tema della dignità dei detenuti, della situazione degli istituti penitenziari e della responsabilità che, secondo lui, riguarda la politica, la società e la stessa comunità cristiana.
Il messaggio parte dalla dimensione religiosa, ma arriva rapidamente a una presa di posizione molto netta: chi ha sbagliato resta una persona, e il carcere non può trasformarsi in un luogo costruito per alimentare disperazione, aggressività e risentimento.
«Anche lì Dio si fa presente e parla»
Trevisi racconta di aver celebrato la Messa in carcere «per far sentire che anche lì Dio si fa presente e parla».
Il riferimento è alla figura biblica di Elia e alla presenza di Dio nella «brezza leggera», ma anche agli apostoli raggiunti da Gesù mentre la barca viene travolta dalle onde.
Per il vescovo, lo stesso messaggio arriva ai detenuti nelle loro celle.
«Una Parola che dà coraggio», scrive. «Una Parola che ci ridà dignità. A tutti: siamo figli di Dio».
«La gente vuole schiacciare chi ha sbagliato»
Uno dei passaggi più forti riguarda il rapporto tra carcere e consenso politico.
Trevisi sostiene che parlare di detenuti sia diventato un terreno difficile anche per i partiti.
«Siamo in un tempo in cui i partiti e gran parte dei politici sanno che parlare del carcere e dei carcerati fa perdere voti», afferma.
Secondo il vescovo, nella società esisterebbe una spinta a «schiacciare e umiliare chi ha sbagliato», mentre il messaggio evangelico sarebbe esattamente opposto: salvare, redimere, convertire e restituire speranza.
L’allarme sulle condizioni delle carceri
Trevisi descrive la situazione delle carceri italiane come «drammatica» e richiama un tasso di sovraffollamento del 139,7%.
A questo, sostiene, si aggiunge una forte carenza di personale, a partire dalla Polizia Penitenziaria.
Una situazione che, nelle sue parole, riguarda anche Trieste.
Il vescovo richiama inoltre l’aumento delle problematiche legate alla salute mentale e la scarsità di spazi destinati ad attività capaci di favorire percorsi di recupero e speranza.
«Tutto sembra essere congegnato per peggiorare e spingere all’aggressività, al risentimento», scrive.
L’incontro con i detenuti
Accanto alla denuncia, Trevisi racconta però ciò che ha visto durante la celebrazione.
«A Messa ho incontrato persone che volevano pregare, che hanno un cuore e che hanno una speranza», racconta.
Un detenuto, ricorda, si sarebbe avvicinato per parlargli delle condizioni di un altro uomo anziano che stava male.
Un episodio che, per il vescovo, mostra come anche dentro il carcere restino vivi attenzione, solidarietà e desiderio di cambiamento.
«Uomini e donne che hanno sbagliato ma che guardano a Dio. E nel loro cuore c’è ancora spazio per l’amore di Dio e del prossimo».
«Non possiamo girarci dall’altra parte»
Da qui parte l’appello più diretto.
«Non possiamo girarci dall’altra parte. Non ci si può dire cristiani e poi diventare artefici di disperazione programmata», afferma Trevisi.
Il tema non viene presentato come una contrapposizione tra sicurezza e tutela dei detenuti. Il vescovo riconosce apertamente che alcune persone possono essere «talvolta pericolose», ma insiste sulla necessità di non perdere mai di vista la loro condizione umana.
«Stiamo parlando di persone e non di bestie», sottolinea.
Anziani, poveri e famiglie in difficoltà
La visita in carcere viene inserita dal vescovo in un percorso più ampio.
Il giorno precedente, racconta, aveva celebrato in una casa di riposo. In altri momenti visita le chiese della città e incontra famiglie, anziani e persone in difficoltà.
Il filo conduttore, secondo Trevisi, è sempre lo stesso: assumersi la responsabilità delle persone che si incontrano.
«Non avere paura di vivere il Vangelo anche in carcere, anche con i carcerati. Anche con gli anziani, anche con i poveri, anche con le famiglie in difficoltà».
La domanda alla politica e alla società
Nel finale Trevisi formula una domanda che va oltre il mondo ecclesiale.
«Siamo disposti ad ascoltare il Dio che ci chiede di assumerci la nostra responsabilità? O abbiamo l’idolo del consenso nei sondaggi?».
È una critica netta alla tentazione, secondo il vescovo, di evitare decisioni difficili o impopolari quando riguardano persone fragili o temi che non portano consenso immediato.
Per Trevisi, la misericordia non può diventare un alibi per l’indifferenza, così come la sicurezza non può cancellare la dignità umana.
«Alla fine resterà la carità»
La conclusione è tutta affidata al linguaggio evangelico.
Trevisi invita ad avere coraggio nelle scelte difficili e a non ridurre le persone a pratiche amministrative.
«Alla fine ciò che conterà, ciò che resterà è l’amore, la carità. Il resto tutto svanisce. Solo la carità resta, per sempre».
Un messaggio che dalla cappella del carcere arriva direttamente alla città, e che mette insieme fede, giustizia, responsabilità pubblica e dignità della persona.
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