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Cronaca

Si riaccende la questione dei "turisti cecchini": interrogati a Milano

Luca Marsi·
Si riaccende la questione dei "turisti cecchini": interrogati a Milano

Sembra sereno e determinato Giuseppe Vegnaduzzo, l’ottantenne di San Vito al Tagliamento, indagato dalla Procura di Milano per omicidio volontario continuato e aggravato da motivi abietti. Domani, lunedì 9 febbraio 2026, l’uomo sarà interrogato dai magistrati milanesi nell’ambito dell’inchiesta sui cosiddetti o «turisti cecchini», italiani che – secondo gli accertamenti – tra il 1992 e il 1995 avrebbero pagato per recarsi a Sarajevo, durante l’assedio, e sparare a civili inermi, inclusi donne, anziani e bambini, dalle colline controllate dalle forze serbo-bosniache.

L’indagine, coordinata dal procuratore capo Marcello Viola e dal pm Alessandro Gobbis, con il supporto del ROS dei Carabinieri, è scattata a seguito di un esposto e di testimonianze che hanno portato i nomi di presunti partecipanti. Al momento Vegnaduzzo è l’unico iscritto nel registro degli indagati, ma gli inquirenti starebbero concentrando gli accertamenti su diverse altre persone: non è escluso che la lista si allunghi nei prossimi giorni.

Intervistato prima della partenza per Milano, l’anziano ex autotrasportatore appare tranquillo. «Mi sento tranquillo, non ho paura – ha dichiarato – Nella vita ne ho passate tante, questa è solo una delle tante vicende, grandi o piccole, che mi sono capitate». Fedele alle sue abitudini, continua a prendere il caffè al solito bar del paese. «Adesso la gente chiacchiera perché la cosa è grossa e tutti evitano di parlarmi direttamente, ma vedrai che tra qualche tempo si sgonfia tutto».

Vegnaduzzo ha scelto due avvocati di Pordenone per assisterlo: «Non perché io abbia paura, ma perché parlano con il giusto linguaggio». Riguardo ai viaggi in Bosnia durante la guerra, risponde secco: «Ci sono andato per lavoro, non per caccia. Anche perché la strada era lunga» e le battute di caccia vere e proprie le faceva in altri Paesi dell’Est. Secondo l’uomo, molte ricostruzioni nascono da «esagerate interpretazioni» dei suoi racconti al bar.

Un altro tassello del mosaico arriva da Roberto Ruzzier, 73 anni oggi, che negli anni Novanta era in contatto con persone che organizzavano viaggi sulle alture di Sarajevo. «Ci proposero di sparare ai bimbi, ma denunciammo», racconta Ruzzier, all’epoca parte di un gruppo di softair. Un compagno esperto di informatica era incappato nel giro: «C’era la possibilità di andare a Sarajevo pagando una certa quota, un paio di milioni di lire. Ti consegnavano un fucile di precisione e tre proiettili. Con quella roba si poteva fare quello che si voleva». Il gruppo fece un esposto immediato, ma la segnalazione non ebbe seguito. «Eravamo operai, padri di famiglia, due carabinieri e un paio di militari. Gente responsabile. Ora, a distanza di 30 anni…», conclude Ruzzier.

Più di una fonte sostiene che della vicenda circolassero già voci all’epoca, tanto che i presunti viaggi da Trieste si sarebbero interrotti dopo che la notizia raggiunse i servizi italiani.

L’inchiesta riaccende un capitolo oscuro della guerra in Bosnia, a oltre trent’anni dai fatti, e pone interrogativi drammatici su un presunto turismo di guerra che avrebbe trasformato la sofferenza di una città assediata in un macabro «divertimento» a pagamento. Vegnaduzzo, che respinge ogni accusa, ha assicurato che davanti ai pm «dirà la verità». A riferirlo l'Ansa.

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