“Parliamo triestino e scriviamo in cirillico”: orgoglio serbo nel cuore della città (VIDEO)
Una comunità antica ma sempre viva, radicata nel tessuto cittadino e capace di rinnovarsi di generazione in generazione. È questo il ritratto della comunità serba a Trieste, raccontato da Lidija Radovanovic, presidentessa dell’Unione dei Serbi in Italia, ospite di Trieste Cafe Live insieme a Stefano Rebek.
Una storia lunga secoli
«La comunità serba di Trieste è una delle presenze storiche più significative della città – ha spiegato Radovanovic –. Si è insediata nel XVIII secolo, quando Trieste divenne porto franco dell’Impero asburgico, insieme alle comunità greca, ebraica e protestante. I serbi contribuirono allo sviluppo economico, culturale e sociale di quella che è diventata la nostra splendida città multiculturale».
Simbolo identitario e spirituale di questa presenza è la chiesa di San Spiridione, che Radovanovic definisce «uno dei luoghi più rappresentativi di Trieste, riconosciuto anche per la sua bellezza architettonica». Accanto alla chiesa, decine di palazzi storici appartenuti a famiglie serbe testimoniano il legame profondo tra la comunità e la città.
Un’identità doppia, tra cultura serba e cuore triestino
Oggi la comunità serba triestina conta circa 10mila persone, anche se «solo 5mila risultano ufficialmente iscritte all’anagrafe, perché chi ha ottenuto la cittadinanza italiana non rientra più nei conteggi». Dopo la dissoluzione della ex Jugoslavia, Trieste ha accolto nuovi arrivi, provenienti da Serbia, Bosnia, Croazia e Kosovo.
Ma, sottolinea Radovanovic, «le nuove generazioni sono pienamente integrate. I ragazzi parlano triestino, frequentano scuole italiane e partecipano alla vita della città, ma allo stesso tempo mantengono vive le proprie radici grazie alla scuola paritaria serba e alla chiesa ortodossa. Conservano la lingua e l’alfabeto cirillico, senza rinunciare alla loro identità italiana».
Lavoro e impegno sociale
Ripercorrendo la storia più recente, Radovanovic ha ricordato che negli anni ’90 «non era facile far riconoscere i titoli di studio jugoslavi in Italia». Per questo «molti uomini trovarono occupazione nel settore dell’edilizia, mentre molte donne lavorarono come colf o assistenti familiari. Era un modo per ricominciare da zero, con dignità e spirito di sacrificio».
Oggi, però, il quadro è cambiato: «I nostri giovani studiano, lavorano, creano imprese. La comunità si è evoluta e partecipa attivamente alla vita economica e culturale di Trieste».
Progetti culturali e sinergie istituzionaliLidija Radovanovic ha ricordato con orgoglio uno dei momenti più importanti degli ultimi anni: «Nel 2021 abbiamo portato a Trieste il Museo di
Nikola Tesla di Belgrado, l’unico al mondo che conserva i suoi effetti personali e le sue ceneri. È stato un evento eccezionale, realizzato dalla ACGS - Associazione Culturale Giovanile serba di Trieste, grazie al supporto del Comune di Trieste e alla collaborazione tra associazioni e istituzioni».
L’Unione dei Serbi in Italia coordina oggi una rete di associazioni in tutto il Nordest, da Trieste a Udine, Treviso e Vicenza. «Tutto ciò che realizziamo – spiega Radovanovic – nasce dal lavoro di squadra tra comunità religiose, consolato serbo, associazioni culturali e autorità italiane. Organizziamo conferenze, eventi sportivi e iniziative dedicate a temi come il disagio giovanile e la disabilità. Il nostro obiettivo è costruire ponti, non muri».
Leadership al femminile e parità di genere
Radovanovic, economista di formazione, non nasconde la soddisfazione per il suo ruolo di presidente: «In Serbia e nella ex Jugoslavia il percorso di emancipazione femminile ha radici profonde. Nella nostra cultura non è importante se a guidare un’associazione sia un uomo o una donna, ma la competenza e la capacità di lavorare insieme. Io non faccio nulla da sola: i risultati nascono sempre dal gruppo».
Un legame di fede e comunità
La presidente ha poi raccontato anche un momento personale molto significativo: il suo matrimonio nella chiesa di San Spiridione, trasmesso da Trieste Cafe. «È stata una cerimonia ortodossa emozionante, con il coro, gli ottoni balcanici e persino la partecipazione dell’associazione russo-ucraina Rodnik, che ci ha accolto con il pane sacro e i canti della tradizione. È stato un simbolo di unione tra popoli e culture».
Un grazie a Trieste e ai triestini
Radovanovic ha concluso con parole di riconoscenza verso la città e i media locali: «Trieste è la nostra casa. Qui convivono tante culture e religioni, e da ciascuna possiamo imparare qualcosa. Ringrazio Trieste Cafe per dare voce alle comunità della città: raccontare ciò che facciamo significa far esistere davvero la nostra storia».
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