“Il cuore onesto d’Italia batte a Trieste: condanna senza appello al ghosting

Nell’era delle connessioni rapide e delle relazioni lampo, c’è un fenomeno che mina silenziosamente fiducia, autostima e serenità: il ghosting. Sparire all’improvviso da una relazione, senza spiegazioni, è un gesto tanto frequente quanto destabilizzante, che lascia ferite emotive profonde. Eppure, in un’Italia in cui questo comportamento sembra ormai normalizzato, Trieste si erge come un baluardo di rispetto e responsabilità affettiva.
A dirlo non è un’opinione, ma una ricerca condotta da Unobravo – piattaforma italiana di psicologia online – che fotografa il fenomeno su scala nazionale, coinvolgendo oltre 1.500 persone. Il responso è inequivocabile: nel capoluogo giuliano il ghosting è giudicato accettabile solo dal 4% degli intervistati, il dato più basso d’Italia. Una percentuale che, da sola, racconta la presenza di un tessuto sociale capace di anteporre empatia e responsabilità emotiva alla fuga comoda del silenzio.
Il dato si inserisce in un quadro complessivamente preoccupante per il Paese. Il 35% degli italiani che subisce ghosting dichiara un crollo dell’autostima; il 46% fatica poi a fidarsi nelle relazioni future. E mentre tra i giovani adulti il fenomeno raggiunge picchi altissimi – il 75% dei 18-24enni e il 70% dei 25-34enni ha sperimentato il dolore di un’improvvisa sparizione – la società triestina si distingue per il suo approccio etico e misurato.
A Trieste il 42% dichiara di aver subito ghosting e la stessa percentuale ammette di averlo praticato almeno una volta, valori in linea con la media nazionale. Ma ciò che segna la differenza è la condanna pressoché unanime di questa pratica. Perché se altrove si tende a giustificarla, qui resiste una visione della relazione come impegno reciproco, che richiede coraggio nel confronto e rispetto nella chiusura.
Il ghosting, spiegano gli esperti, è spesso la manifestazione di un evitamento emotivo: chi lo pratica fugge dal disagio del confronto, dall’incertezza dei propri sentimenti o dalla paura di ferire. Ma nell’atto di sottrarsi, lascia dietro di sé vuoti difficili da colmare. In altri casi, il silenzio può essere invece un atto di tutela personale, necessario per allontanarsi da dinamiche tossiche o pericolose.
Il messaggio che arriva da Trieste è chiaro: è possibile un’altra via. Una via che non teme il dialogo, che preferisce la chiarezza all’abbandono silenzioso, e che vede nella relazione – anche quando finisce – un luogo di rispetto reciproco. In un tempo in cui la sparizione digitale sembra la scorciatoia più semplice, il capoluogo giuliano mostra che si può ancora scegliere la strada più difficile, ma più umana.
FOTO sebastiano visintin
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