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Cronaca

ICS, "Accesso negato": a Trieste il diritto d’asilo è ostacolato da prassi illegittime sistematiche

Luca Marsi ·
ICS, "Accesso negato": a Trieste il diritto d’asilo è ostacolato da prassi illegittime sistematiche

L’accesso alla procedura per il riconoscimento della protezione internazionale, a Trieste, è segnato da ostacoli gravi, ricorrenti e in contrasto con la normativa nazionale ed europea. È quanto emerge dal rapporto “Accesso negato. Rapporto sugli ostacoli nell’accesso alla procedura per il riconoscimento della protezione internazionale e alle misure di accoglienza a Trieste”, presentato questa mattina al Circolo della Stampa da ICS, IRC, Diaconia Valdese, Linea d’Ombra, No Name Kitchen, Goap, Fondazione Luchetta e Cdcp.

Il rapporto è il risultato di un monitoraggio svolto nel corso del 2025 attraverso centinaia di testimonianze raccolte sul campo, attività di assistenza legale che hanno coinvolto oltre 1.400 persone, segnalazioni formali inviate alle autorità e un’analisi puntuale del quadro giuridico di riferimento. I dati restituiscono un quadro allarmante: ogni giorno decine di persone si presentano all’Ufficio Immigrazione della Questura di Trieste per chiedere asilo, ma solo 10–12 riescono ad accedere agli uffici e, spesso, solo una parte di queste riesce effettivamente a formalizzare la domanda.

In media, la registrazione della richiesta di protezione internazionale avviene dopo circa tre settimane dal primo tentativo, ma non sono rari i casi in cui l’attesa supera i 30 o addirittura i 60 giorni. In questo periodo le persone restano intrappolate in un limbo giuridico, senza alcun documento che attesti la manifestazione della volontà di chiedere asilo e senza accesso alle misure di accoglienza, all’assistenza sanitaria o alla residenza anagrafica.

Il rapporto documenta una serie di prassi discrezionali e illegittime: criteri di accesso non trasparenti e non cronologici, allontanamenti ripetuti senza motivazioni formali, accesso di fatto condizionato al possesso di documenti di identità, controlli informali dei telefoni cellulari, rinvii orali verso altre Questure o altri Paesi europei, mancata tutela delle persone in condizioni di vulnerabilità sanitaria, ostacoli specifici per i minori stranieri non accompagnati, emissione di provvedimenti di espulsione anche in presenza di una chiara manifestazione della volontà di chiedere asilo.

Le conseguenze di queste pratiche sono pesantissime: centinaia di persone sono costrette a vivere per settimane o mesi senza alcuna forma di accoglienza, spesso in spazi insicuri e degradati come l’area dell’ex Porto Vecchio. Nei mesi autunnali del 2025 si stima che oltre 200 persone al giorno abbiano vissuto in queste condizioni, esposte a gravi rischi per la salute fisica e mentale, e al momento sono oltre cento le persone lasciate in strada senza accoglienza, nonostante il recente maxi trasferimento. Una situazione che, come ribadito dalla giurisprudenza europea, può configurare trattamenti inumani e degradanti.

L’impatto non riguarda solo le persone direttamente coinvolte, ma anche il contesto urbano e sociale cittadino: la concentrazione forzata di situazioni di marginalità alimenta tensioni, degrado e una percezione diffusa di abbandono istituzionale, senza offrire soluzioni strutturali né alle persone richiedenti asilo né alla cittadinanza.

Con questo rapporto le organizzazioni firmatarie chiedono un intervento immediato delle istituzioni competenti affinché venga ripristinata la piena conformità alla legge. Tra le raccomandazioni principali: il potenziamento del servizio amministrativo per la registrazione tempestiva delle domande di asilo, il rispetto rigoroso delle garanzie nei controlli sui dispositivi elettronici, l’istituzione di procedure prioritarie per le persone in condizioni di vulnerabilità (in particolare minori stranieri non accompagnati), l’applicazione uniforme delle norme sull’accertamento dell’età, maggiore trasparenza sulle modalità di accesso alla procedura, l’attivazione di un tavolo tecnico permanente tra Questura, Prefettura, enti del terzo settore e organismi di tutela.

«La normativa, che piaccia o no, deve essere rispettata e le prassi illegittime devono cessare – osservano le organizzazioni –. Domani avremo un incontro con la Questura, in cui riporteremo loro, nuovamente, tutte le irregolarità oggi denunciate».

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