Da Gaza arrivati a Trieste otto bambini malati con le famiglie

Sono arrivati nella notte a Trieste otto bambini palestinesi - cinque con ferite di varia entità e amputazioni e tre affetti da gravi patologie - da Gaza insieme con le famiglie. I piccoli verranno curati all'Irccs Burlo Garofalo per poi trovare accoglienza in alcune famiglie e da religiose in Fvg. Sono arrivati grazie a una complessa operazione umanitaria che non ha uguali finora in Italia, come sottolinea il sito del quotidiano Il Piccolo. Complessivamente sono 21 le persone giunte al Trieste Airport nella notte con un aereo privato, che ha ottenuto il difficile via libera dall'Egitto per atterrare in una base militare. Allo scalo di Ronchi i bimbi e le famiglie sono stati presi in carico da ambulanze e automezzi messi a disposizione dalla Regione tramite la Protezione civile e portati all'ospedale Burlo di Trieste per una prima visita. A rendere possibile questa operazione, precisa Il Piccolo, è stata la Ong inglese Save a Child, guidata da Sally Becker, organizzazione con cui collabora Marino Andolina, ex pediatra del Burlo, in pensione, che con la Ong è andato in vari teatri di guerra, incluso l'Iraq ai tempi dell'Isis.
I piccoli pazienti hanno dai due ai 16 anni; curati inizialmente a Gaza e poi in Egitto, ad alcuni sono state amputate braccia o gambe, alcuni necessiterebbero di trapianto del midollo, altri infine hanno patologie oncologiche non legate al conflitto in corso. Tra le persone giunte a Trieste c'è anche una giovane donna incinta che sta per partorire facendo salire a nove il numero dei bambini. I bimbi con amputazioni, una volta stabili, saranno accolti da religiose a Udine e continueranno i controlli al Burlo fino a quando non potranno andare a Budrio in Emilia Romagna per essere ospitati in un centro specializzato in protesi e riabilitazione. Gli altri bimbi saranno accolti da famiglie già coinvolte in precedenza nell'accoglienza di piccoli ucraini e relative famiglie. Il medico Andolina ha riferito al Piccolo che dal momento in cui iniziano le trattative passa un mese: "In questo tempo abbiamo perso un paziente, una famiglia si è tirata indietro perché non è stato concesso loro di far uscire il fratello maggiore del bimbo a rischio di vita perché a 17 anni poteva essere un combattente". "Il piccolo in particolare aveva già ricevuto un trapianto in Israele - prosegue il medico - ma non aveva funzionato. Tutti avevano ricevuto cure nello Stato ebraico, la comunità medica è diversa dalla classe politica", specifica Andolina. (ANSA). DO ANS
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