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Cronaca

Carnevale Muggia, Manni difende codice QR: “Una volta si stava tranquilli, oggi non farei sogni sereni”

Luca Marsi·
Carnevale Muggia, Manni difende codice QR: “Una volta si stava tranquilli, oggi non farei sogni sereni”

Non è una presa di posizione politica, né un intervento da tastiera. È il racconto di chi, in mezzo al Carnevale di Muggia, ci lavora davvero. E lo vive dal punto più delicato: la consolle, il cuore della festa, dove basta un attimo perché l’energia diventi caos.

L’animatore Mauro Manni, con un intervento social lungo e diretto, entra nel caso che sta dividendo l’opinione pubblica: il codice QR a pagamento e il ticket da 10 euro, con il limite dei 3000 ingressi giornalieri per i non residenti nelle fasce serali.

Ma lo fa in un modo completamente diverso rispetto ai comunicati e alle polemiche: lo fa portando in superficie ciò che spesso resta invisibile, la gestione reale delle folle, i secondi in cui una serata cambia volto, la differenza enorme tra “andare a divertirsi” e “dover tenere sotto controllo una massa umana”.

E soprattutto lo fa pronunciando una frase che pesa più di mille analisi:
“spengo la musica, aiuta, ma non è la soluzione”.

“Dalla consolle vedo disordine e spintoni: poi accade il peggio”

Manni descrive una scena che, letta così, fa venire i brividi proprio perché è concreta. La folla balla, festeggia, tutto sembra normale. Poi all’improvviso, dall’alto, nota movimenti strani. Disordine. Spintoni.

La sicurezza interviene, ma il punto, secondo lui, è un altro: con numeri enormi non basta correre. Non basta essere bravi. Non basta “voler gestire”.

Perché quando l’affluenza arriva a 60.000 persone al giorno, il controllo diventa un’illusione.

E in mezzo, spiega Manni, ci sono anche le persone normali: famiglie, ragazzi che vogliono divertirsi, gente tranquilla che a un certo punto si ritrova schiacciata tra paura e impossibilità di uscire.

“Attorno brave persone cercano di scappare, di allontanarsi, ma la folla è veramente tanta e diventa complicato.”

Qui sta il punto drammatico: non è solo la rissa, è il contesto. È la massa. È l’onda umana che può rendere pericolosa anche una situazione che sulla carta sembrerebbe gestibile.

“Una volta erano 4 o 5. Oggi sono 20: quando parte uno, partono tutti”

Il passaggio più duro, quello che dà la misura del cambiamento, è la fotografia sociale che Manni fa della violenza da branco.

Secondo lui non è più come anni fa. Non sono più gruppetti isolati. Non sono più episodi sporadici.

Oggi i branchi sono più grandi, spesso tra i 15 e i 20, a volte anche di più. E la dinamica è quella che spaventa: se parte uno, partono tutti. E spesso, sottolinea, anche contro chi non c’entra nulla.

Questo, per Manni, è il vero terremoto del Carnevale moderno: l’alcol, l’appartenenza al gruppo, la sfida come linguaggio, l’aggressività che diventa contagiosa.

E in mezzo ci finisce chi voleva solo ballare.

Il tema dei 10 euro: “non è la cifra, è il fastidio di pagarli”

Manni non nega ciò che sta avvenendo: le firme crescono, la protesta è ampia, è inevitabile che migliaia di persone si sentano colpite.

E lo dice senza ipocrisia: nessuno ha piacere di pagare 10 euro se prima era gratuito, quei soldi possono essere una birra, una pizza, qualcosa di più importante.

Ma secondo lui c’è un punto da capire: la polemica non nasce perché “10 euro cambiano la vita”.

Nasce perché pagare diventa uno schiaffo simbolico, un confine che prima non esisteva.

E qui Manni mette una lente su un dettaglio che molti fingono di non vedere:
la questione non è davvero la “differenza sociale” legata alla cifra.

“Sappiamo tutti che il 70% dei giovani fumano, hanno un cellulare.”

Il nodo, sostiene, è psicologico e culturale: la sensazione di ingiustizia, di limite imposto, di libertà toccata. È il portafoglio come detonatore della polemica.

“Anche un concerto è aggregazione e ha un biglietto”

Manni porta un altro paragone che non lascia indifferenti: ha assistito a molti concerti, e anche un concerto è socialità, cultura, aggregazione. Eppure ha un ticket. Un prezzo.

Il Carnevale è diverso, certo. Muggia è una città aperta, non un luogo chiuso con tornelli. E proprio per questo, argomenta, se si è arrivati a “schedare” e controllare gli ingressi, allora significa che il problema è diventato gigantesco.

Non un capriccio. Non un vezzo.

Ma un tentativo, forse estremo, di governare un flusso che rischia di travolgere tutto.

“Solo 3000 ingressi sono pochi? Forse il numero nasce da incontri”

Anche sul limite numerico dei 3000 ingressi, Manni evita la semplificazione.

Sono pochi? Forse sì. Ma prima di gridare allo scandalo, invita a considerare che probabilmente ci sono stati incontri, ragionamenti, valutazioni.

E soprattutto rilancia la domanda che nessuno vuole affrontare fino in fondo:
sarà un’idea vincente o no?

Non lo sa. Non lo dà per certo.

Ma è sicuro di una cosa: la misura nasce da un disagio reale. Da una fatica di gestione. Da un Carnevale che, dice lui, “non è più quello di una volta”.

“Se avessi un figlio lì, non farei sogni tranquilli”

È qui che il post cambia temperatura e diventa quasi una confessione.

Perché Manni non parla più da animatore: parla da persona adulta che guarda la realtà e pensa a cosa significhi oggi lasciar andare un ragazzo in un evento enorme, in una città che esplode di gente.

Una volta si stava tranquilli. Oggi no.

E lo dice senza girarci attorno: non riuscirebbe a dormire sereno.

È una frase semplice, ma ha dentro il vero peso di questa vicenda: il Carnevale resta festa, ma la sicurezza non è più un dettaglio.

“Complimenti a Greta, ma temo sia solo disturbo per chi conosce la realtà”

Nel suo intervento, Manni riconosce alla giovane Greta un merito chiaro: l’intraprendenza. La capacità di muoversi, raccogliere firme, sollevare un tema.

Ma mette anche un punto fermo: teme che quella che oggi sembra un’azione sociale possa diventare solo un elemento di disturbo per chi conosce davvero i luoghi affollati e le difficoltà operative, per chi sa cosa significa gestire numeri enormi e possibili scenari di rischio.

È il conflitto che spacca tutto: il diritto alla festa e la paura che la festa degeneri.

La conclusione di Manni: “serve un carnevale più sicuro e gestibile”

Il finale non è uno schieramento ideologico. È una speranza.

Manni dice che non sa se servirà o meno. Ma dice anche che confida in chi ha valutato le problematiche e sta tentando di fare qualcosa.

Perché l’obiettivo, alla fine, dovrebbe essere uno solo:
finire il Carnevale leggendo meno disordini e più gioia.

E far sì che Muggia resti quello che tutti vogliono: una festa vera, collettiva, aperta. Ma senza trasformarsi in un campo minato dove basta una scintilla per far scattare il peggio.

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