"Omicidio Giulia Cecchettin, tra educazione e patriarcato". L'analisi di un avvocato triestino

"Giulia Cecchettin muore a novembre dello scorso anno, uccisa per mano di un uomo a cui era legata sentimentalmente.
Lo sconcerto e lo sconforto causato da tale omicidio ha rinnovato l'esigenza di trovare una spiegazione e – com'è noto - tale spiegazione è stata rinvenuta nell'educazione di tipo patriarcale che avrebbero ricevuto l'assassino.
Qui ci troviamo di fronte ad uno scenario esattamente opposto, in quanto tale delitto per le sua modalità non pare conseguenza di una cultura dell'imposizione, quanto piuttosto dell'assenza totale di imposizione da parte della famiglia o/e degli agenti educativi.
Dai giornali abbiamo appreso che l' omicida, ventiduenne, andava ancora a dormire con l'orsacchiotto e che non era capace di reggere il confronto con una donna che aveva uno spirito indipendente, tanto indipendente da aver deciso di andare all'estero per iniziare una brillante carriera.
Siamo quindi di fronte ad una persona debole, al limite dell'inconsistenza, che non reggeva i successi della donna, un uomo che semplicemente non era alla sua altezza e per tale motivo l'ha punita con la morte. Tale debolezza non può che essere il frutto di mancate imposizioni, di mancate regole e di mancati doveri e divieti imposti, se necessario, con la coercizione.
Se un po' tutti sono d'accordo nel ritenere che il problema sia quello di non saper sopportare un rifiuto, allora la causa non può che derivare dall'incapacità di accettare un divieto e di farsi carico di un dovere.
A comprova di un tanto, sono sempre più frequenti i casi di figli adolescenti che si permettono di maltrattare i genitori e che pretendono per sé l'impunità assoluta, figli che trascinano in Tribunale i genitori per un -solo- ceffone, reazione ai loro comportamenti irrispettosi e maltrattanti oltre ogni limite. Padri o madri che, se tutto va bene, dopo anni di processo, vengono assolti per la tenuità del fatto, ma non per il legittimo uso dei mezzi di correzione, come se lo jus corrigendi fosse stato di fatto abolito.
Se lo jus corrigendi appunto, cioè il diritto di correggere con una proporzionata coercizione un comportamento inaccettabile, non viene riconosciuto come diritto, la conseguenza sono le vittime come Giulia, uccise da chi presumibilmente non ha mai conosciuto un comportamento di correzione.
Se però si vuole che i ragazzi siano capaci - da adulti - di rispettare il prossimo, quei principi e quelle regole vanno imposti, perché non sono capricci né consigli per gli acquisti. I principi e le regole per loro natura sono cogenti, tanto è vero che la loro imposizione è il collante su cui si fonda qualsiasi comunità.
È questo che fa un Giudice: impone la norma; ma prima del Giudice lo deve fare il genitore, che deve essere appunto normativo e non va “punito” neppure in sede civile con un collocamento prevalente dei figli presso l'altro genitore solo perché impone sacrosante regole di base che tutti i figli mal digeriscono, salvo poi ringraziare in età avanzata per quelle regole.
Il male non è l'imposizione delle regole, ma la pretesa di non imporre più nulla in base ad un malinteso senso di libertà. La libertà è il diritto di seguire le proprie inclinazioni interiori, non certo quello di ottenere l'esonero dalle regole. Questa non è libertà, è la pretesa di stare nel paese dei balocchi; questa è la creazione di una nuova divinità: Sua Maestà il figlio."
A riferirlo Avv. Giovanna A. de'Manzano
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