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La Pasqua 'dolce' in Fvg, pinze, titole, Ramandolo e Picolìt

Luca Marsi·
La Pasqua in Friuli Venezia Giulia è sinonimo di tradizione, soprattutto culinaria. Infatti, i triestini sanno che non può essere Pasqua senza una bella fetta di pinza. Questo soffice pandolce è ormai comunemnete associato al periodo pasquale tanto da aver sviluppato l'espressione: “Bona Pasqua, bone pinze”. È un dolce che non richiede ingredienti particolari (farina, burro, uova, latte, zucchero, lievito di birra) bensì un grande impegno nella lavorazione dell’impasto e una cottura che, all'epoca delle cucine a legna, era estremamente difficile. Infatti, in molti si rivolgevano al proprio fornaio di fiducia per completare l'opera. A tal proposito si ripensa anche alle immagini antiche che ritraevano donne che, nel Venerdì Santo, portavano in giro le loro pinze coperte da un tovagliolo su assi di legno. Era usanza mettere anche una moneta all’interno dell’impasto o segnarlo con dei particolari per essere sicuri che il proprio lavorato non venisse reimpastato con quelli altrui. Con la stessa pasta si possono realizzare anche i frati (detti anche titole, tičica o menihi), delle trecce di pasta lievitata che racchiudono un uovo sodo, a volte colorato di rosso; tale figura richiama i chiodi usati nella crocifissione e dei sassi macchiati di sangue del Calvario. Non è un vero dolce se non si può gustare con del buon vino, e dunque entrano in scena il Ramandolo e Picolìt. Il primo viene prodotto solamente in una sottozona tra i territori comunali di Nimis e Tarcento in provincia di Udine, vicino al paese omonimo, mentre il secondo si ottiene dalle uve vendemmiate nel comprensorio collinare.

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