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Segnalazioni

L'appello: "Trieste salvi la Libreria Saba, piccolo santuario della cultura triestina del ‘900"

Luca Marsi ·

Pubblichiamo da Gianfranco Carbone

Salvare la Libreria Saba. Certamente ma che fare? Oggi la libreria vive perché Mario Cerne, che ha più di 80 anni, porta sulle sue spalle il peso, anche economico, della sua gestione. È una impresa commerciale, oltre che un piccolo santuario della cultura triestina del ‘900 , che occupa spazi di proprietà della Comunità Ebraica di Trieste che ha sempre cercato di contribuire alla sua esistenza (anche rinunciando, immagino, a ben più alti introiti per l’affitto di un locale in quella zona) e che credo continuerebbe, nei modi possibili, a farlo. C’è un vincolo della Soprintendenza (non ne conosco il contenuto) e opera in quel segmento difficile del mercato rappresentato dai libri antichi che oggi si sviluppa soprattutto sulle piattaforme digitali (andare a vedere il sito “ Maremagnum” per capire come funziona) ed e si è diradato l’ appassionato o il collezionista che passa ore a cercare fra gli scaffali il libro raro o di suo interesse. 
E allora, torno alla domanda, “che fare?”. 
Come far sopravvivere una attività che è anche economica e che ogni mese dovrebbe far quadrare i conti fra i suoi ricavi e i costi dell’affitto, delle bollette, della persona che ne assicuri l’apertura quotidiana e dell’incremento del patrimonio librario (che è il suo “magazzino”) in un segmento dell’offerta (di libri usati) che non è remunerativo? Credo poi ci sia il problema immediato dei costi della digitalizzazione del patrimonio oggi esistente, della sua “messa in rete” e della ristrutturazione dei locali (nel rispetto dei vincoli). 
Lo può fare il Comune, come sollecita un consigliere comunale? Francamente non credo se non trasformando la Libreria Saba più che in una succursale di un sistema museale locale in una piccola vetrina di una tradizione  letteraria del passato e come tale un luogo “morto” quando una libreria dovrebbe essere un luogo “vivo”.
E allora quali soluzioni possibili anche per dare a Mario Cerne la possibilità di riposare e non vivere più il suo encomiabile impegno quotidiano come una faticosa corvee?
Ne vedo poche. O una catena nazionale (Lovat, Ubik, La Feltrinelli, tanto per citarne alcune) la prende in gestione e la fa diventare, salvaguardandone l’atmosfera, una sua vetrina promozionale di prestigio o la gestisce qualcuno che già opera nel settore (magari pensando di trasferire in via San Nicolò la sua attività) oppure un gruppo di “mecenati” anche piccoli e diffusi si impegna economicamente per rilevarla nella consapevolezza che, anno dopo anno, andranno ripianate, le inevitabili perdite.
Non intravedo altre soluzioni. Se una di queste dovesse affacciarsi si potrebbe chiedere al Comune, alla Regione, alla Camera di Commercio, alla Fondazione della Cassa di Risparmio o a qualche sponsor illustre di dare una mano , nelle modalità possibili, per salvare un luogo simbolico della città.

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