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Segnalazioni

“A spasso con Joyce..”, evocativo racconto ambientato a Trieste

Luca Marsi ·

Riceviamo e pubblichiamo da una lettrice

"Con energia ed entusiasmo era pronta ad accogliere il suo anno speciale. Ed iniziare un anno nuovo con un viaggio inaspettato, con la tua famiglia, con rinnovati propositi, ha buone probabilità di poter essere un anno sorprendente.

Sorprendente proprio come la breve vacanza che si erano concessi.
Senza troppe riflessioni, la decisione di partire fu presa all’improvviso, incoraggiata dalle bellissime giornate di sole regalate da quell’inverno che sin dall’inizio si era rivelato mite. Sarebbe stato davvero un peccato non approfittarne.
Da quando si eravamo conosciuti, oltre vent’anni prima, non era mai accaduto che organizzassero vacanze in anticipo e, soprattutto, studiate nel dettaglio a lungo. Appartenevano senz’altro alla categoria dei viaggiatori dell’ultimo-minuto-ovunque-lontano-da-qui.
Ultimamente, poi, nell’era dei social, era tutto ancora più semplice. L’ispirazione era spesso suggerita da foto e post scovati su un gruppo al quale si era iscritta, dal nome a dir poco evocativo, spenderò-tutti-i-miei-soldi-in-viaggi. Nome che senz’altro rende l’idea di quanto potesse essere suggestivo ed entusiasmante fantasticare su quei luoghi: foto meravigliose di paesi esotici poco conosciuti e lontani, racconti di viaggi avventurosi e introspettivi, consigli su come muoversi e su dove alloggiare, esperienze dirette e risposte a tutte le domande dei curiosi turisti fai-da-te. Da qualche tempo, aveva iniziato anche lei ad arricchire quei contenuti con le esperienze vissute, riscuotendo un discreto interesse del popolo internauta nel modo che aveva, così personale, di interpretare la vacanza e la vita.
Non richiese dunque molto tempo scegliere la destinazione; ci stavano pensando già da un po’. Trieste sarebbe stata la meta perfetta e avrebbe saputo rendere anche quella vacanza unica e indimenticabile, a un passo da casa.
Dopo una veloce ricerca sul web, uno sguardo alle foto di repertorio delle strutture ricettive e un’occhiata alla posizione sulla mappa, si trovarono tutti d’accordo sull’alloggio, suggestionati, forse, anche dal nome che aveva un non-so-ché di evocativo: Casa Novecentotre. Una struttura gestita da due ragazzi triestini che avevano deciso di riqualificare un vecchio edificio abbandonato attraverso la loro associazione che promuoveva la diffusione culturale della città. Si trovava a due passi dal centro, nella zona pedonale, con camere spaziose e pulite. Ogni piano era dedicato ad uno scrittore e - le piaceva immaginare non per caso – a loro era stato riservato proprio quello dedicato a Joyce. Sulle pareti, dipinte qua e là, con ottimo gusto, sue citazioni e qualche suo ritratto ravvivavano le pareti.
Joyce, Svevo, la loro amicizia, l’inettitudine. Quanto li aveva ammirati in gioventù e quanto l’aveva affascinata la storia della loro amicizia. Quanto si era appassionata ai loro racconti. Ricordava ancora quasi tutti i personaggi di “Gente di Dublino”; storie vere di gente comune, narrate con semplicità e realismo che le avevano acceso sentimenti profondi.
Già allora, da ragazza, albergava in  lei un flebile senso di inquietudine, un tumulto adolescenziale. La paralisi del mondo raccontata da Joyce e la voglia di fuga dei suoi personaggi sembravano parlare anche di lei. La sconfitta patita da quelle persone, incapaci di fuggire davvero dalla loro miseria, si intrecciava terribilmente con il modo in cui percepiva il mondo in quel periodo.
Si immedesimava molto nelle storie che leggeva, l’appassionavano. L’edizione economica, dalla copertina sbiadita e un po’ rovinata di quel libro di seconda mano, l’aveva comprata per poche lire da un venditore ambulante. Quel signore dall’aria stanca che trascinava tutto il giorno, per le vie del centro, il suo pesante carretto verde stracolmo di libri usati sembrava proprio uno di quei personaggi. Una manciata di spiccioli il prezzo pagato in cambio di emozioni intime e travolgenti che le scatenavano nell’animo una vera e propria esigenza di leggere e rileggere storie, di comprendere, di elaborare, di sviscerare i sentimenti umani.
                                    *****
La meravigliosa Casa Novecentotre consentiva solo il pernottamento ma se ne resero conto soltanto all’ultimo momento. Certo non mancò il disappunto della più piccola del gruppo: - non ha senso un albergo senza colazione. La colazione è il momento più importante di una vacanza! Voi lo sapete che io voglio fare una colazione internazionale-da-hotel. Mamma, voglio cambiare albergo!
- Innanzitutto non è un albergo. Per lo meno non un albergo vero e proprio. Vedrai che rimedieremo. Ho già adocchiato un bel baretto qui sotto, con dolce e salato. Saremo tutti accontentati – suo padre la rassicurò, cercando più che altro di rabbonirla e di tenere vispa in lei l’energia di camminare, soprattutto senza lamentele continue.
Come promesso, pochi passi più in là, un piccolo e caratteristico locale avrebbe regalato loro i veri sapori triestini. Scoprirono – perché è sicuro che non lo sapessero – che a Trieste vi era un vero e proprio culto per il caffè, che giunge dal mare da ogni dove, destinato alle torrefazioni di tutta la nostra bella Europa.
Si divertivano così ogni mattina a scegliere miscele diverse, lasciandosi incuriosire dagli strani nomi scritti sulla lista, con l’imprevedibilità di ciò che avrebbero servito loro: caffè in goccia, caffe scuro, in tazza, in vetro, con uno sbuffo di panna di latte, con sbuffo di crema, con sbuffo e basta. Il latte era il protagonista delle loro colazioni, così con una goccia di caffè e una spolverata di cacao, assumendo mille consistenze e sapori diversi, accendeva l’entusiasmo già di buon mattino. Una specie di ricompensa per i bimbi, in cambio dei millemila passi che avrebbero dovuto percorrere alla scoperta di quella città di confine che da sempre aveva destato la sua curiosità, lasciandola fantasticare sugli antichi e polverosi caffè letterari che avevano acceso dibattiti e confronti tra gli avventori molto tempo prima.
E così, tutte le mattine, l’altro piccolo del gruppo, goloso di latte in tutte le sue consistenze e di dobos e spits appena sfornati, soddisfatto della colazione triestina, trovava l’energia giusta per macinare chilometri e chilometri, soprattutto senza lamentarsi. Un po’ meno sua sorella, perché qualsiasi cosa assaggiasse, in qualsiasi quantità, non era mai sufficiente a fornirle l’energia e la voglia necessarie. Reclamava continuamente qualcosa di buono da gustare, in cambio di passi – tanti - e zero proteste.
Per rendere più accattivante la visita della città, cercavano di alleggerire la fatica da turisti-voraci-non-perdiamoci-niente adottando un piccolo stratagemma. I bimbi scorrazzavano per le vie utilizzando un monopattino; si divertivano gettandosi a tutta velocità per le strade del centro, nascondendosi e ricomparendo all’improvviso.
Per le vie dei rioni, le ruote scivolavano velocemente sull’asfalto accompagnate dalle risate dei bimbi che gareggiavano, continuamente, per arrivare primi in fondo alla strada.
Fu durante l’ultima sera di esplorazione che la magia della città si fece sentire più forte.
D’un tratto, girato l’angolo dell’ultimo immenso palazzo, la fatica fu immediatamente scacciata dallo stupore e dalla meraviglia: si aprì, improvvisamente, davanti a loro la sconfinata piazza dell’Unità d’Italia. Un’immensa piazza squadrata, elegante, romantica, illuminata così com’era per le feste natalizie, con piccole infinite lucine gialle che delineavano la sagoma degli storici edifici. Al centro, due file di alberelli finemente addobbati e illuminati completavano quel quadro d’altri tempi. In fondo il golfo scuro, approdo sicuro, un tempo, chissà per quanti marinai, mercanti e letterati. E poi la brezza, fresca e vigorosa, che sferzata sul suo viso.
Per un attimo, non troppo breve, nel freddo di quella sera di gennaio, pensò alla vita e a quanto fosse sorprendente. Era terribilmente consapevole di essere fortunata e soddisfatta per quello che le era stato donato, perché era chiaro che si trattasse di un dono.
Al centro di quell’immensa piazza, bella da togliere il fiato, in una città straniera, era racchiuso tutto il suo mondo perfetto e in nessun altro posto avrebbe potuto trovare un’eguale sconcertante serenità.
Le è rimasto un ricordo di quella sera. Una foto scattata da una bimba che cattura per gioco un bacio dei suoi genitori; sullo sfondo il golfo e, poco più in là, l'altro bimbo che cerca di disturbare e rallegrare la scena con una simpatica smorfia.
E’ proprio una bella foto e guardandola se ne coglie l’intensità e la dolcezza. Di un viaggio, di un sentimento, di una storia semplice e ordinaria come mille altre, raccontata così per caso."

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