Trieste “militarizzata” ma insicura: la denuncia del SIULP sulla gestione della sicurezza in città

Trieste, da sempre simbolo di vivibilità e crescita economica, si trova oggi al centro di una riflessione preoccupante sul tema della sicurezza. Francesco Marino, Segretario Generale Provinciale del SIULP, il sindacato di polizia più rappresentativo, ha lanciato un grido d’allarme: “Trieste è militarizzata, ma i risultati sono inesistenti”.
Secondo Marino, la città si presenta come una zona di guerra: valichi presidiati da un anno e mezzo, mezzi antisommossa nelle piazze e zone rosse istituite per dare un’immagine di controllo. Ma dietro questa facciata di sicurezza, si cela una realtà ben diversa.
🚨 Una città in sicurezza solo in apparenza
«Non stiamo parlando di una città sudamericana in mano ai narcos o di un quartiere sudafricano dominato da bande armate, ma di Trieste, una delle città un tempo in cima alle classifiche per qualità della vita», afferma Marino. La percezione di insicurezza, però, è in costante crescita e si è accentuata soprattutto negli ultimi mesi.
La causa? Una gestione del fenomeno migratorio affrontata con un approccio emergenziale, senza una strategia a lungo termine. Telecamere e presidi fissi non possono sostituire l’efficienza di un poliziotto sul campo.
🧩 Pattuglie insufficienti per una città complessa
A fronte di una città che si estende lungo il litorale con una complessa morfologia del territorio, le volanti disponibili per turno sono appena due o tre, con quattro o al massimo sei agenti operativi per 200mila abitanti.
«Qualcuno ha pensato che una telecamera potesse sostituire un poliziotto», denuncia Marino, spiegando che le attuali misure adottate non riescono a prevenire né a contrastare i fenomeni criminali in crescita. «Le zone rosse fanno clamore mediatico ma non danno risultati concreti».
⚖️ Sicurezza e integrazione: un equilibrio mancato
Per il SIULP, la sicurezza cittadina dovrebbe basarsi su due pilastri fondamentali:
- Pattugliamento capillare del territorio: una presenza costante, dinamica e attenta sul territorio, capace di prevenire i crimini ancor prima di doverli reprimere.
- Incremento della forza lavoro specializzata: servono più poliziotti, ben formati e radicati nella realtà locale, non contingenti temporanei inviati da altre regioni.
«Automatizzare la sicurezza non significa renderla efficace», afferma Marino. Al contrario, questo modello rischia di allontanare i cittadini dalle forze dell’ordine e di lasciare porzioni di città scoperte, creando potenziali sacche di illegalità difficili da controllare.
🔍 Un appello alle istituzioni
«Chiediamo una strategia diversa, più tradizionale ma efficace» - conclude Marino - «Una città non ha bisogno di essere blindata come un fortino, ma di poliziotti che conoscano il territorio e che sappiano riconoscere e affrontare le minacce. Solo così si può ridare ai triestini quella sensazione di sicurezza che oggi sembra perduta».
Un messaggio chiaro e diretto, che solleva interrogativi sulle scelte politiche e operative adottate finora. Trieste, da città vivibile e sicura, rischia di diventare una “zona grigia”, dove la percezione della sicurezza non coincide più con la realtà quotidiana.
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