Maniago dopo la tragedia in Porto Vecchio: «Non manca lo spazio, manca l’empatia istituzionale»
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«Non manca lo spazio, manca l’empatia istituzionale». Fabrizio Maniago, presidente dell’Associazione culturale Quisque de Populo – Centro Studi per la Legalità, i Diritti e le Istituzioni, interviene sulla morte di due persone nell’incendio in Porto Vecchio con una dura riflessione sulla solidarietà e sulle risposte alle persone più vulnerabili.
Nel suo intervento, Maniago descrive le vittime come due migranti e denuncia l’assenza di un piano adeguato per chi affronta il freddo senza un riparo. Al centro della critica ci sono la gestione di Piazza Libertà, le limitazioni all’assistenza e il rischio che, dopo il cordoglio, tutto torni come prima.
Il richiamo alle morti del 2025
Maniago apre riprendendo un proprio articolo del 3 dicembre 2025, nel quale ricordava quattro persone migranti morte di freddo: due a Udine, una a Pordenone e una a Trieste.
Un precedente che richiama per contestare la mancanza di un cambiamento nelle risposte all’emergenza. «Cosa è stato fatto per affrontare una situazione ampiamente conosciuta? Niente!», scrive, esprimendo un giudizio netto sull’azione istituzionale.
Il collegamento tra quelle morti e la tragedia del Porto Vecchio riguarda, nella sua riflessione, le condizioni di vulnerabilità e l’assenza di protezione: le due vittime dell’incendio non vengono indicate come decedute per il freddo.
«È morto anche il principio di solidarietà»
Il passaggio centrale dell’intervento richiama l’articolo 2 della Costituzione e il principio di solidarietà.
«Stanotte con i due migranti tragicamente morti in Porto Vecchio è morto anche l’articolo due della nostra Carta costituzionale», afferma Maniago, aggiungendo che il principio di solidarietà era, a suo giudizio, «già da tempo agonizzante».
Una formula con cui il presidente di Quisque de Populo solleva una questione morale e politica: la distanza tra i valori proclamati e le condizioni di chi cerca riparo in un edificio abbandonato.
La critica alla gestione di Piazza Libertà
Maniago contesta un approccio che, nella sua lettura, ha privilegiato l’allontanamento delle persone dalla vista rispetto alla ricerca di soluzioni.
«Abbiamo spazzato il cortile di casa, liberato Piazza Libertà, tolta la possibilità di fornire un minimo di pasti caldi ed assistenza», scrive. Secondo il presidente dell’associazione, quelle attività rappresentano anche un modo per conoscere una situazione che continua a cambiare.
La critica si estende alla gestione della rotta balcanica, che definisce improntata da vent’anni a un «piglio securitario», senza un piano emergenziale contro il freddo che ritenga adeguato alle necessità di Trieste.
«Non mancano le coperte»
Il testo mette quindi a confronto l’attenzione riservata alle iniziative festive e commerciali con le difficoltà di chi vive ai margini.
Maniago cita luminarie, piste di ghiaccio e consumi natalizi per sostenere che il nodo sia soprattutto una questione di priorità: «Non mancano le risorse […] manca la volontà».
«Non mancano le coperte, ma sono troppo poche quelle braccia che le offrono agli ultimi degli ultimi», aggiunge, riconoscendo il valore di chi continua a prestare aiuto. Un impegno che, nel suo ragionamento, contrasta l’indifferenza e mantiene vivo il senso della solidarietà.
Il timore che il dolore venga presto dimenticato
Maniago prevede il ripetersi di reazioni già viste: prese di posizione, giustificazioni e commenti ostili sui social. Teme soprattutto che l’emozione suscitata dalla tragedia non produca conseguenze concrete.
Le sue considerazioni sulle responsabilità morali e politiche non costituiscono un accertamento delle cause del rogo o di eventuali responsabilità giuridiche.
Il messaggio si conclude con un’amara provocazione sul ritorno alla normalità: «Tra una settimana tutto tornerà come prima». È il rischio che Maniago denuncia, chiedendo implicitamente alla città di non lasciare che il cordoglio si esaurisca senza una risposta per chi continua a vivere senza un riparo sicuro.
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