Nuova direzione artistica al Verdi, Vicari: “missione quasi spirituale sul grande repertorio” (VIDEO)

Nuova direzione artistica al Verdi, Vicari: “missione quasi spirituale sul grande repertorio” (VIDEO)

Una diretta iniziata con un dettaglio che è già fotografia di un momento: il nuovo direttore artistico del Teatro Verdi di Trieste collegato “in treno”, con la connessione pronta a fare capricci. Luca Marsi lo dice subito, quasi a mettere le mani avanti con il pubblico: se ci saranno problemi tecnici, è per la rete ballerina del convoglio. E infatti accade, tra tentativi, ricollegamenti e una scelta pragmatica che salva la trasmissione: andare avanti in audio, senza sfidare ulteriormente la fortuna.

Ma dietro l’imprevisto tecnico si intravede anche un segnale: Valerio Vicari, entrato in carica da pochissimo, ha accettato l’invito “nonostante tutto”, ed è partito da lì, da un’idea di disponibilità e di apertura che tornerà più volte nel corso dell’intervista. Vicari è direttore artistico dal 1 gennaio, quindi da meno di due settimane al momento della diretta. E Marsi lo incalza subito con la domanda più grande: quale sarà la tua direzione, quali obiettivi, quale impronta, cosa vorresti portare a compimento alla fine del mandato.

Vicari: “work in progress”, ma la rotta è già tracciata

Vicari risponde con cautela istituzionale e chiarezza di visione. Sottolinea che tutto va concordato con il sovrintendente e che il percorso è “lungo e complesso”. Il concetto chiave è un altro: è un work in progress, ma le idee ci sono. Vuole tenere “il meglio della tradizione” e aggiungere “qualche elemento di novità”. Tra i punti che cita subito, ce n’è uno concreto e ripetuto: potenziare il sinfonico.

Spiega che negli ultimi tempi i concerti sinfonici erano collocati soprattutto nel periodo autunnale, mentre l’intenzione è quella di averli durante tutto l’anno e anche in numero maggiore, perché la programmazione sinfonica, a quanto gli viene riferito, riscuote molto successo nel teatro. Vicari sembra voler dire una cosa semplice: innovare sì, ma non per fare “cose assurde”. Innovare, però, in modo coerente.

“Un Verdi versione pop?” Vicari: “dipende cosa intendiamo”

Quando Marsi introduce la provocazione del “Verdi pop”, Vicari la definisce subito “un parolone” e chiede di chiarire cosa si intenda. Poi porta il discorso su un piano quasi filosofico: il teatro, per lui, ha una missione che chiama persino “spirituale”. Difendere, promuovere e diffondere la grande cultura musicale, soprattutto tra le nuove generazioni.

Questa missione passa dalla tutela del grande repertorio, ma anche da un’apertura alla musica di oggi. Vicari cita esempi che allargano il campo: musica da film, musical, grandi musical “tipo Les Misérables”. E collega tutto alla specificità triestina: Trieste è città dell’operetta e, in un certo senso, “il musical è un’operetta dei giorni nostri”. È un modo per dire che certi linguaggi possono entrare, ma devono farlo con intelligenza, dentro una cornice culturale e non come effetto speciale.

Le domande dei giovani: Disney, videogiochi e… dance anni ’90

Marsi racconta che, quando sui social è circolata la presenza di Vicari in diretta, sono arrivate proposte di ogni tipo, soprattutto dai giovani ascoltatori. Prima domanda: una serata dedicata alle colonne sonore di Walt Disney.

Proprio in quel momento cade la connessione, la diretta si inceppa, Marsi intrattiene il pubblico, si prova a richiamare l’ospite più volte. Alla fine si riparte in audio e la domanda torna al centro. Vicari risponde con equilibrio: nella stagione sinfonica principale sarebbe forse “forte” come proposta, ma il teatro fa tantissime cose anche per i bambini, soprattutto la mattina. Per gli spettacoli dedicati ai più piccoli, trovare un modo per far entrare Disney “perché no”, dice, e aggiunge che potrebbe essere una buona idea.

Seconda proposta, ancora più spinta: una serata dedicata alle colonne sonore dei videogiochi. Vicari sorride, rovescia un luogo comune e nota che, a sentire certe proposte, il pubblico triestino non sembra poi così conservatore. Dice che raccoglie le domande “con grande gioia” perché il vero segnale importante è l’interesse per la programmazione del Verdi. Però frena di nuovo: nella programmazione sinfonica principale la vede “un po’ stretta”. Spiega anche un aspetto molto pratico: in Italia è un terreno poco battuto, mancano contenitori già costruiti e soprattutto mancano i materiali orchestrali, non è semplice reperirli. Le colonne sonore cinematografiche sono più eseguite e più disponibili, quelle dei videogiochi molto meno. Ma non chiude la porta: “se ci fosse una spinta forte, io non dico di no”. Nessun rifiuto pregiudiziale, se c’è pubblico e interesse.

Terza proposta, ancora più ardita: versioni sinfoniche di melodie dance anni ’90 e techno. Qui Vicari è più netto: la vede davvero troppo stretta sia per la programmazione principale sia per attività parallele. Però apre uno spiraglio diverso: se un produttore volesse l’orchestra del Verdi per accompagnare un tour pop o un gruppo, e se ci fossero spazi disponibili, non direbbe di no. La distinzione è chiara: non tutto può diventare “programmazione del Verdi”, ma alcune collaborazioni esterne, in certi contesti, potrebbero essere valutate.

La domanda delle domande: come portare i giovani al Verdi

Marsi ammette che quelle proposte erano propedeutiche alla vera questione: come si fa ad avvicinare i giovani al teatro. Vicari non si sottrae e risponde con sincerità: se avesse una risposta definitiva, la venderebbe a caro prezzo a tutti gli enti lirici italiani. Poi entra nel merito, citando l’esperienza di vent’anni con Roma Tre Orchestra.

Il cuore della sua posizione è quasi controintuitivo: secondo lui non bisogna cambiare i contenuti per portare i giovani. Bisogna far capire alle nuove generazioni quanto sia importante il repertorio. La battaglia è spiegare, trasmettere l’importanza, far arrivare il senso di ciò che si fa, ma senza snaturare il linguaggio. Torna così la “missione quasi spirituale” del teatro: proteggere e diffondere il grande repertorio, con intelligenza, non con travestimenti.

Stagione prossima: “fase embrionale”, ma Vicari vuole “dare un segnale”

Alla domanda sul lavoro già avviato per la prossima stagione, Vicari spiega che è ancora in una fase embrionale. È arrivato con una stagione in corso e non tutti i tasselli completati. Insieme allo staff, sta finendo di chiudere l’annata in corso, e stima che servirà ancora circa un mese per entrare davvero nel vivo della programmazione successiva.

Ma una cosa la chiarisce con forza: non è venuto “a scaldare la sedia”. Ha accettato l’incarico con onore e con il desiderio di portare idee, dare una spinta, compiere un’azione culturale. Cita alcuni elementi che vorrebbe declinare in modo concreto: titoli nuovi, apertura alla musica contemporanea, spazio a giovani artisti, giovani solisti e giovani direttori.

Il primo titolo “da direttore artistico”: successo, ma programmazione ereditata

Marsi cita lo spettacolo in scena in quei giorni, l’ultima recita proprio quella sera, e parla di un grande successo di pubblico e critica. Vicari conferma la soddisfazione, racconta anche una coincidenza personale: il corpo di ballo della sua città di provenienza era nello spettacolo.

Ma mette i puntini sulle i: non può prendersi meriti. La programmazione fino a giugno, salvo piccole cose, è ereditata dalla precedente amministrazione. Le scelte a cui collaborerà direttamente si vedranno dalla prossima estate.

Trieste Estate e il ruolo del Verdi: “da capire come e cosa, anche col budget”

Quando Marsi collega “prossima estate” a Trieste Estate, Vicari conferma che il Verdi avrà un ruolo, ma è ancora da definire come e con quali contenuti. Parla apertamente di budget e di confronto con il sovrintendente. Il messaggio è prudente ma concreto: ci lavoreremo “in maniera molto attenta” e lì conta di dare un contributo.

Grandi nomi: sì, ma niente passerelle

Marsi chiede quanto pesino, per attirare pubblici diversi, le figure più note e mediatiche, citando esempi: Eleonora Abbagnato per lo spettacolo in corso e Beatrice Venezi per il titolo in partenza il 30 gennaio.

Vicari riconosce che portare “grandi nomi” è una sfida e un punto importante. Ma aggiunge un criterio che diventa quasi una regola: gli artisti non devono essere passeggeri che “staccano il biglietto e scendono”, devono remare sulla stessa barca, condividere il progetto culturale del Verdi. Se diventano passerelle, perdono utilità. Se invece gli artisti sono coinvolti nel progetto e nel luogo, il coinvolgimento del pubblico, secondo lui, cresce.

Sogni e provocazioni: “anello dei Nibelunghi” e l’ipotesi André Rieu

Arriva la domanda sui sogni: un artista, uno spettacolo, un evento che Vicari vorrebbe portare a Trieste. La risposta è chiara e personale: riportare “l’anello dei Nibelunghi”. Vicari lo definisce un patrimonio dell’umanità e dice che è “al centro del mio cuore”. Precisa subito che è una produzione complessa, che non può prendere impegni e va discussa con gli organi della Fondazione, ma l’idea è lì, dichiarata.

Poi Marsi rilancia un desiderio emerso dai lettori: André Rieu in Piazza Unità, non al Verdi, per motivi di budget e prezzi. Vicari si riserva di approfondire, definisce la questione controversa e “al limite”, ma riconosce che per Trieste la domanda ha senso, perché è una città di confine e Rieu è un fenomeno più legato ai Paesi di lingua germanica. Aggiunge anche un dettaglio curioso: a Roma una domanda così non gliel’avrebbe fatta nessuno.

Un canale diretto col pubblico: Vicari invita a scrivergli

In chiusura, Vicari lancia un’apertura significativa: dice che invierà agli abbonati, e metterà a disposizione anche per Trieste Cafe, la mail della direzione artistica. Chi ha piacere di scrivere, lui sarà felice di leggere e rispondere. Vuole un canale diretto con il pubblico e lo definisce fondamentale: chi bussa alla porta sarà ascoltato, poi si vedrà cosa si riuscirà a fare.

Il prossimo spettacolo in 30 secondi: “Mahagonny è un’occasione imperdibile”

Marsi chiude con una sfida: presentare in 30 secondi il prossimo spettacolo. Vicari accetta e presenta “Ascesa e caduta della città di Mahagonny”. La colloca nel Novecento e parla di Kurt Weill. Dice che la musica del XX secolo può spaventare perché sembra difficile, ma quella di Weill “non lo è affatto”: è al confine tra musica classica, cabaret e, in un certo senso, musica leggera.

Aggiunge dettagli che fanno capire il taglio: c’è anche balletto, il canto è classico ma non solo, l’orchestra non è quella tipica del teatro lirico perché include elementi jazz. Parla di soggetto paradossale senza svelare la trama e definisce il titolo un’occasione imperdibile per Trieste, anche perché si tratta di un’opera rara. Aggiunge che gli è stato detto che potrebbe essere la prima esecuzione assoluta a Trieste, o comunque una proposta poco rappresentata.

La diretta si chiude con ringraziamenti reciproci e una promessa: rivedersi presto, magari in presenza, per approfondire ancora di più. Ma una linea è già emersa, nitida come una scritta sul sipario: novità sì, dialogo con il pubblico sì, ma senza perdere l’identità del Verdi.

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