Trieste, 50mila euro per dare nome ai marinai dello Scirè: Dna proverà a identificare resti

Cinquantamila euro destinati all’Università degli Studi di Trieste per tentare, attraverso le analisi genetiche, di restituire un nome ai resti dei militari morti nella missione del sommergibile Scirè e ancora non identificati. È il cuore dell’iniziativa presentata questa mattina, sabato 8 agosto, nella Sala Verde del Consiglio regionale in piazza Oberdan a Trieste dal gruppo consiliare regionale di Fratelli d’Italia.
Alla conferenza stampa sono intervenuti il consigliere regionale e capogruppo di FdI Claudio Giacomelli, l’onorevole Paola Maria Chiesa, l’onorevole Nicole Matteoni e Paolo Fattorini, docente di Medicina legale dell’Università di Trieste.
Al centro dell’incontro l’emendamento all’assestamento di bilancio 2026-2028 che finanzia con 50mila euro il Dipartimento universitario clinico di Scienze mediche, chirurgiche e della salute dell’Ateneo triestino per lo studio dei resti umani attraverso analisi genetiche.
Un finanziamento da 50mila euro all’Università di Trieste
La documentazione illustrata durante la conferenza stabilisce che il contributo regionale è finalizzato all’identificazione dei militari deceduti nella missione del sommergibile Scirè.
L’intervento è inserito nell’articolo 6 dell’assestamento di bilancio e prevede uno stanziamento di 50.000 euro per il 2026.
Un successivo subemendamento ha definito anche le modalità di accesso al contributo: la domanda dovrà essere presentata al servizio regionale competente entro sessanta giorni dall’entrata in vigore della legge, accompagnata da una relazione sulle attività previste e dal relativo preventivo di spesa. L’erogazione potrà avvenire in via anticipata e in un’unica soluzione.
Un passaggio tecnico, ma essenziale per consentire agli studiosi di avviare la fase più delicata del progetto.
Giacomelli: «Dare un nome a chi oggi è ancora ignoto»
Claudio Giacomelli ha ricordato il forte legame tra la vicenda dello Scirè e Trieste, sottolineando che al momento dell’affondamento il sommergibile era comandato dal triestino Bruno Zelik.
Il consigliere ha spiegato che il finanziamento regionale si inserisce in un percorso già avviato a livello nazionale e scientifico.
«Molti di quei morti non hanno nome, sono identificati come ignoti», ha ricordato, indicando nell’obiettivo dell’intero progetto quello di «dare un nome a chi non ha nome».
Giacomelli ha richiamato il protocollo che coinvolge il Ministero della Difesa, l’Università di Bari e l’Università di Trieste e ha spiegato che i 50mila euro serviranno proprio a sostenere le operazioni scientifiche affidate all’Ateneo triestino.
Il legame con il comandante triestino Bruno Zelik
Nel corso dell’incontro Giacomelli ha voluto soffermarsi anche sulla storia del sommergibile e sulla figura del comandante triestino.
Il richiamo non è soltanto simbolico. Per Fratelli d’Italia, infatti, il coinvolgimento dell’Università di Trieste consente alla città di entrare direttamente in un percorso di ricerca che riguarda una pagina della storia nazionale alla quale Trieste è profondamente legata.
L’obiettivo dichiarato è unire memoria storica e strumenti scientifici contemporanei, trasformando il ricordo in un lavoro concreto di identificazione.
Chiesa e la lettera del sergente Romolo Lodati
Particolarmente intenso l’intervento dell’onorevole Paola Maria Chiesa, che ha raccontato come il proprio impegno sulla vicenda sia nato circa due anni fa dopo aver letto l’ultima lettera inviata alla famiglia dal sergente marconista Romolo Lodati.
Chiesa ne ha ricordato pubblicamente alcuni passaggi, soffermandosi sul timore espresso dal militare che l’equipaggio potesse non fare ritorno e sul desiderio che, in caso di morte, quella «povera ciurma» non venisse dimenticata.
Da quella lettera, ha spiegato, è maturata la proposta legislativa successivamente presentata alla Camera e approvata all’unanimità.
«Io quella povera ciurma non l’ho dimenticata», ha affermato Chiesa.
Lo Scirè come sacrario militare subacqueo
L’iniziativa parlamentare ha avuto come obiettivo anche il riconoscimento del relitto dello Scirè quale sacrario militare subacqueo.
Chiesa ha ricordato come parte dei resti sia stata recuperata negli anni, mentre altri sarebbero ancora all’interno del relitto.
Per l’onorevole mantenere vivo il ricordo significa anche ricostruire un rapporto tra generazioni.
«Continuare a mantenere vivo il ricordo, ricercare materiali negli archivi pubblici e privati e raccontare quello che è stato alle nuove generazioni è una strada utile a rafforzare quella comune memoria storica senza la quale una comunità non può dirsi tale», ha spiegato.
Fattorini: 42 militari e 14 cassette nella prima fase
È stato poi Paolo Fattorini a illustrare nel dettaglio il lavoro scientifico.
Il docente ha ricordato che il 17 febbraio 2026 è stato siglato un protocollo d’intesa tra Ministero della Difesa, Università di Trieste e Università di Bari finalizzato all’identificazione dei resti.
Durante le operazioni svolte nel 1984 furono recuperati, secondo quanto illustrato in conferenza, resti ossei riferibili a 42 militari.
Il materiale fu successivamente trasferito al Sacrario d’Oltremare di Bari, dove è rimasto conservato.
Per la prima fase dello studio sono state selezionate 14 cassette su 42, già trasferite all’Istituto di Medicina legale di Bari per le attività preliminari di ricognizione e ispezione.
Resti incompleti e materiale appartenente a più persone
La complessità scientifica dell’operazione è notevole.
Fattorini ha spiegato che i resti sono incompleti e che alcune cassette potrebbero contenere ossa appartenenti a più individui.
Le ossa più piccole non sarebbero state recuperate durante le operazioni effettuate all’interno del relitto, mentre sarebbero state raccolte soprattutto quelle lunghe.
Uno dei primi compiti degli studiosi sarà quindi ricostruire correttamente l’insieme dei reperti prima di procedere con l’analisi genetica.
Il Dna sarà decisivo
L’identificazione verrà tentata attraverso la comparazione del Dna.
Saranno selezionati campioni ossei ritenuti maggiormente utili e i profili genetici ottenuti verranno confrontati con quelli dei consanguinei dei militari.
La fase conclusiva sarà quella della cosiddetta riconciliazione, cioè il confronto tra i dati ricavati dai resti e quelli dei familiari.
Fattorini ha però invitato alla prudenza.
Il Dna rappresenta lo standard di riferimento per questo tipo di identificazioni, ma le condizioni dei reperti rendono il lavoro particolarmente difficile: i campioni sono rimasti per decenni in acqua e successivamente sono stati conservati per molti altri anni.
Un fratello dall’Australia ha già dato la propria disponibilità
Uno dei momenti più emozionanti della conferenza è arrivato quando Fattorini ha raccontato che sono già stati individuati alcuni familiari disponibili a fornire campioni genetici.
Tra questi c’è anche il fratello di uno dei militari, residente in Australia.
«Con commozione comunico che ha già dato la sua disponibilità», ha spiegato il professore, sottolineando l’entusiasmo con cui il familiare avrebbe accolto l’iniziativa.
Un dettaglio che rende evidente come, a oltre ottant’anni di distanza, la ricerca possa ancora avere un impatto profondissimo sulle famiglie.
I campioni arriveranno a Trieste tra settembre e ottobre
Fattorini ha indicato anche una prima tabella di marcia.
La ricognizione delle 14 cassette è già in corso. Tra settembre e ottobre dovrebbero arrivare a Trieste non le ossa nella loro interezza, ma specifici prelievi selezionati dai reperti.
A quel punto inizieranno le analisi genetiche vere e proprie.
Se il programma verrà rispettato, le prime indicazioni potrebbero arrivare tra febbraio e marzo 2027.
Un progetto esplorativo: prima 14 cassette, poi eventualmente le altre
Il professore ha precisato che quella attuale rappresenta una fase esplorativa.
Si è scelto di partire da 14 cassette, circa un terzo del materiale disponibile, proprio per verificare se la qualità del Dna conservato consenta di ottenere risultati scientificamente utilizzabili.
Se la prima fase darà esito positivo, il progetto potrà essere esteso alle altre cassette.
In caso contrario, ha spiegato con grande chiarezza Fattorini, sarà necessario prendere atto dei limiti tecnici imposti dallo stato di conservazione dei reperti.
Non c’è dunque alcuna garanzia preventiva sull’esito delle identificazioni, ma esiste ora la possibilità concreta di tentare.
Matteoni: «Dare dignità a questa storia»
L’onorevole Nicole Matteoni ha sottolineato il significato politico e umano dell’iniziativa.
Ha ringraziato Paola Maria Chiesa per aver riportato la vicenda dello Scirè all’attenzione nazionale e ha ricordato l’unanimità ottenuta alla Camera sul riconoscimento della storia dei marinai.
Secondo Matteoni, il lavoro congiunto del Ministero della Difesa e delle Università di Bari e Trieste potrà offrire anche una risposta alle famiglie che non hanno mai avuto la possibilità di dare un ultimo saluto ai propri cari.
Il finanziamento regionale, ha spiegato, rappresenta una precisa scelta politica.
«Abbiamo deciso di dare dignità a questa storia», ha affermato, richiamando lo stanziamento di 50mila euro destinato all’Università di Trieste.
Scienza e memoria si incontrano a Trieste
La conferenza di piazza Oberdan ha così unito due dimensioni apparentemente lontane: da una parte una vicenda militare risalente alla Seconda guerra mondiale, dall’altra le tecniche contemporanee della genetica forense.
In mezzo ci sono le famiglie.
Famiglie che per decenni hanno conservato nomi, fotografie e ricordi senza poter associare a quei nomi dei resti identificati.
Il progetto non promette certezze, e proprio gli studiosi hanno sottolineato le difficoltà tecniche. Ma per la prima volta apre una strada concreta per tentare di ricostruire quelle identità.
Trieste avrà un ruolo centrale in questo percorso attraverso il proprio Ateneo e il lavoro del gruppo di Medicina legale.
Se le analisi riusciranno, dietro una sigla, una cassetta e un reperto osseo potrà tornare finalmente ad esserci un nome.
Ed è questo, al di là della dimensione politica dell’emendamento, il significato più profondo dell’operazione presentata oggi in Consiglio regionale.
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