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Cronaca

“Non mi pagano per lavorare per voi”: denuncia di una triestina sulle casse automatiche

Luca Marsi·
“Non mi pagano per lavorare per voi”: denuncia di una triestina sulle casse automatiche

C’è una frustrazione che ormai serpeggia in silenzio tra le corsie dei supermercati e dei grandi punti vendita, e spesso esplode solo a fine spesa, nel momento più “assurdo”: quando hai già fatto tutto da solo, e ti ritrovi anche a dover dimostrare che l’hai fatto bene. È da lì che nasce la riflessione, durissima e lucidissima, di una triestina che ha deciso di dire basta alle casse self-service e al sistema che, secondo lei, sta trasformando la spesa in un lavoro non pagato.

Il suo ragionamento è semplice e tagliente: si sta andando verso un modello sempre più “autonomo”, dove il cliente non è più soltanto cliente, ma diventa anche addetto alla cassa. Scansiona, imbusta, ricontrolla, rimette a posto. E se poi all’uscita qualcuno chiede ulteriori verifiche, l’irritazione diventa inevitabile.

La triestina racconta di essersi trovata davanti a quella scena ormai frequente: controlli scontrini all’uscita, con una persona incaricata che fermava tutti. Ma lei, dopo aver già svolto l’intera procedura alla cassa self, non ci sta. E da lì arriva il gesto che rende virale la sua posizione: se ne va, scontrino alzato, senza fermarsi.

Non è tanto il controllo in sé a farla sbottare, quanto il principio: o c’è fiducia nel self-checkout, oppure non lo si impone come modalità dominante. Perché a quel punto si crea una situazione paradossale: ti chiedono di fare il lavoro della cassa, però ti trattano anche come se dovessi “giustificarti”.

Ed è qui che la sua riflessione si fa ancora più netta, trasformandosi quasi in un manifesto sociale. Il concetto è durissimo ma centrale: “non sono interessata a dimostrare che ho fatto il vostro lavoro per voi”. La triestina lo dice chiaramente: se un’azienda decide di ridurre le casse tradizionali e spingere sul self, allora non può trasferire sulle persone anche il peso psicologico del sospetto.

Non solo: la critica non riguarda soltanto la comodità o la perdita di tempo, ma soprattutto un tema che tocca tutti. Per lei, infatti, dietro la progressiva scomparsa dei cassieri si nasconde un’idea precisa: profitto per i negozi, risparmio sul personale, e conseguenza inevitabile. Meno posti di lavoro.

La triestina lo scrive senza giri di parole: chiede che si torni a dare opportunità lavorative, soprattutto ai giovani, invece di scaricare un’intera mansione su chi fa la spesa. E poi affonda: nessuno viene pagato per scansionare i propri prodotti. Nessuno riceve sconti “da dipendente” per lavorare gratis.

Il punto, in fondo, è tutto qui: il self-checkout è nato come alternativa, come possibilità, come velocizzazione. Ma quando diventa la norma, quando la cassa tradizionale diventa l’eccezione, allora cambia la percezione. E per molti, non è progresso: è rinuncia. A un servizio. A un lavoro. A un’idea di relazione umana che, anche in un supermercato, aveva un senso.

È una riflessione che divide, perché c’è chi ama le casse automatiche e chi le considera un incubo. Ma la rabbia della triestina porta alla luce una domanda che, volenti o nolenti, ormai si fanno in tanti: fino a che punto è normale trasformare il cliente in lavoratore gratuito?

E soprattutto: se il prezzo lo paghiamo uguale, perché il servizio deve essere sempre meno?

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