«No xe un mondo cussì bruto”: due veceti e una frase che vale più di mille discorsi

In marina, seduti al sole, due anziani osservano il mare. Non fanno rumore, non cercano attenzione. Parlano piano, come si fa quando si è arrivati a quell’età in cui ogni parola pesa più del silenzio. Hanno quasi novant’anni, appartengono a quella Trieste autentica che non ha bisogno di presentazioni, e si concedono il tempo della chiacchiera, guardando l’acqua e lasciando correre i pensieri.
Uno di loro torna indietro con la memoria. Ricorda l’infanzia, quando da bambino andava a guardare le barche con il padre. Ricordi semplici, ma profondi, che oggi assumono un valore diverso. Il tempo che resta sembra poco e la paura non è tanto quella della fine, quanto quella di dover rinunciare a ciò che ha sempre fatto parte della sua vita. Lo dice senza enfasi, con quella malinconia composta tipica di chi ha vissuto molto.
Il suo rimpianto non riguarda solo il passato, ma soprattutto il presente che potrebbe non esserci più: non sentire più “la carezza del borin”, non vedere più il cielo sopra e sotto, non incrociare più “le mule piene de morbin”, non guardare più il verde intorno e, soprattutto, non poter più “mirar Trieste”. È una lista di immagini che racconta un legame profondo con la città, fatto di sensazioni quotidiane, di dettagli che per altri passano inosservati.
L’altro anziano ascolta e poi risponde con una frase che sembra semplice, quasi buttata lì, ma che racchiude una filosofia intera: “Sia pur tacà magari a la cadena del condoto, ma su ‘sta tera son afezionado, perché meio xe star sora che soto”. È una battuta solo in apparenza. In realtà è una dichiarazione di amore ostinato per la vita, per la città, per il fatto stesso di esserci ancora.
In quelle parole c’è l’accettazione del tempo che passa, dei limiti del corpo, delle difficoltà che arrivano con l’età. Ma c’è anche una scelta chiara: restare, finché si può. Stare “sora”, su questa terra, nonostante tutto. Una frase che “no par voler dir niente e invece la vol dir tuto”, perché riesce a racchiudere rassegnazione e gratitudine, fatica e attaccamento.
Quella scena racconta molto più di due persone anziane sedute in marina. Racconta una generazione che non ha bisogno di proclami, che non si lamenta, che osserva e accetta. Racconta una Trieste che invecchia, ma che conserva un senso profondo di appartenenza. Racconta la terza età come tempo di memoria viva, non come margine della società.
Anche quando tutto sembra finire, anche quando il mondo appare più duro e confuso, da quella panchina arriva un messaggio semplice e potente: forse il nostro mondo non è così brutto come sembra. È solo fragile. E proprio per questo va custodito, con rispetto e ascolto, come si fa con le storie di chi ha ancora qualcosa di importante da insegnare.
foto sebastiano visintin
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