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Cronaca

Archeologia sommersa a Grado: Carabinieri intercettano i resti di un’imbarcazione romana (VIDEO)

Luca Marsi·
Nell’ambito del periodico controllo dei siti archeologici sommersi svolto costantemente sul territorio nazionale, i Carabinieri del Nucleo per la Tutela del Patrimonio Culturale di Udine hanno organizzato, nel territorio di competenza, il monitoraggio di un vasto specchio d’acqua compreso tra Grado (GO) e le Foci del Timavo, a bordo della Motovedetta in forza alla Stazione di Grado ed in collaborazione con il Centro Subacquei di Genova, la Soprintendenza Archeologia, Belle Arti e Paesaggio del Friuli Venezia Giulia di Trieste e il Dipartimento di Studi umanistici e del patrimonio culturale dell’Università di Udine.
L’attività è stata particolarmente fruttuosa tanto che - a fronte del monitoraggio del sito noto come Grado 2, dalla denominazione convenzionalmente assegnata all'imbarcazione naufragata nel III secolo a.C., quindi in epoca precedente alla fondazione di Aquileia e rinvenuta fortunosamente nel 2000 a circa 7 miglia di fronte a Grado e a 19 metri di profondità, su una rotta commerciale che collegava la regione al resto d'Italia e al mondo ellenistico - in corrispondenza dell’isola gradese di Pampagnola sono stati rinvenuti i resti di un’imbarcazione di epoca romana mai prima censita. 
 
Il relitto si trova ad una profondità di circa 5 metri e risulta in maggior parte interrato, tuttavia dall’osservazione di quanto esposto si è potuto già appurare che è stato costruito con la tecnica detta a “mortasa–tenoni”. La porzione di scafo oggi visibile ha una lunghezza pari a mt. 12,20, misurata dalla “gengiva” del canale ma, considerata la conformazione del legno esposto potrebbe risultare di estensione almeno doppia e larghezza stimata non inferiore a mt. 8. Si notano chiaramente le ordinate della larghezza di circa 15 cm e le tavole di fasciame di almeno 6 cm. Si tratta indubbiamente di “una scoperta di eccezionale importanza storica per l’area dell’alto Adriatico”, come hanno dichiarato gli esperti archeo-subacquei della SABAP FVG e dell’Ateneo udinese dopo un’attenta preliminare verifica effettuata personalmente nel punto indicato loro dai Carabinieri Subacquei di Genova, che avevano notato la sagoma del relitto richiamando l’attenzione degli specialisti. 
L’attività è proseguita presso il Canale delle Mee di Grado, lo storico ingresso al porto fluviale di Aquileia, con il rinvenimento di due anfore acefale tipo “Lamboglia 2” aventi misure 60 x 35 cm, risalenti al I secolo a.C., nonché di un collo di brocca ed uno di anfora risalenti al II-III secolo d.C.
 
Il monitoraggio è quindi proseguito in corrispondenza dell’area del canale Locovaz e dei tre rami della foce del fiume Timavo, zona in corrispondenza della quale in epoca romana era stata edificata una importante villa, intesa come centro di produzione agricolo e ittico, con annesse thermae e assolvendo anche alla funzione di statio lungo la strada che collegava Aquileia a Tergeste e alla Dalmatia, come citato da Plinio il Vecchio e riportato sulla Tavola Peutingeriana. Il complesso sorgeva in un ambiente lagunare, ora in buona parte bonificato, dove recentemente è stata rinvenuta un’anfora risalente al I secolo a.C. di produzione alto-adriatica, riaffiorata molto probabilmente a seguito dell'erosione spondale che caratterizza quei tratti di riva e compatibile con analoghi esemplari rinvenuti a partire dagli anni ’70 del secolo scorso nella medesima area denominata Lacus Timavi di Duino-Aurisina.
Sono stati rinvenuti anche un bossolo di proietto – privo degli elementi di carica – da 90 mm risalente alla Seconda Guerra Mondiale, quasi sicuramente da ricondurre alle batterie contraeree poste a difesa del vicino e importantissimo complesso industriale monfalconese dei Cantieri Riuniti dell’Alto Adriatico.
Inoltre sono stati recuperati vari laterizi risalenti al ‘800-‘900, anche se l’intera area, in quanto caratterizzata dalla fuoriuscita di acqua corrente dolce, rispondeva alle esigenze cultuali degli antichi (vedasi il vicino Mitreo) come delle comunità cristiane fino a tutto l’alto medioevo (non a caso la attigua chiesa di San Giovanni risalente a quel periodo) e pertanto vi sorgevano edifici con funzione religiosa.
Infine sono stati recuperati un puntale di anfora “adriatica” e frammenti vari riconducibili ad epoca classica e quindi al contesto della villa citata sopra.
I manufatti archeologici recuperati sono stati affidati alla Soprintendenza Archeologia, Belle Arti e Paesaggio del Friuli Venezia Giulia per la conseguente attività di desalinizzazione, pulizia, catalogazione e restauro. Il relitto sarà oggetto di future indagini archeologiche da parte della citata Soprintendenza in collaborazione l’Università di Udine finalizzate alla sua messa in sicurezza e tutela, nonché all’approfondimento storico della funzione di Grado quale Hub marittimo di Aquileia, all’epoca la quarta città italiana dell’Impero contando 100.000 abitanti e capoluogo della X Regio Venetia et Histria, sia in relazione alla locale navigazione endo ed eso lagunare che ai grandi traffici commerciali che dai confini settentrionali del Norico e della Pannonia giungevano al mare per svilupparsi in tutto il Mediterraneo e viceversa, in analogia a quanto Ostia rappresentava per l’Antica Roma.
L’attività descritta consente all’Arma dei Carabinieri di proteggere i siti archeologici sommersi che sono sottoposti al naturale stress ambientale, alla costante minaccia della pesca sregolata e all’attività subacquea mirata all’impossessamento illecito del patrimonio culturale sommerso e, come nel caso specifico, di scoprire l’esistenza di manufatti di epoche diverse attraverso i quali approfondire le conoscenze storiche dell’area ricompresa tra Grado e le Foci del Timavo. 
 

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