Studio Asugi, a 15 mesi di distanza dal covid, 1 su 4 ancora ha ancora sintomi da 'long Covid'
In data 29 dicembre 2022 è stato pubblicato sulla rivista Life lo studio sulla prevalenza e persistenza della sindrome da post-Covid in un gruppo di malati di Trieste e Gorizia, nato dalla collaborazione fra l’Unità Clinico Operativa di Medicina del Lavoro e i l’ambulatorio post-COVID-19 nato nel dipartimento di Prevenzione Asugi per rispondere a questa problematica sul territorio.
In alcuni pazienti COVID-19 i sintomi sembrano persistere anche dopo la malattia acuta, con sequele ad eziologia poco chiara a potenzialmente carico di vari organi.
Nell'ottobre 2021 l'Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) ha formulato una definizione di post COVID-19 come una condizione caratterizzata da “storia di probabile o confermata infezione da SARS-CoV-2, di solito a tre mesi dall'insorgenza di COVID-19, con sintomi che durano almeno due mesi e non possono essere spiegati con una diagnosi alternativa”. Questa presunta sindrome, persistente dopo il COVID-19 acuto, è stata successivamente denominata “long COVID-19” dal National Institute for Health and Care Excellence (NICE) del Regno Unito, che l’ha definita “una raccolta di segni e sintomi che si sviluppano durante o dopo un'infezione consistente con COVID-19, persistente per più di 4 settimane e inspiegabile altrimenti”.
La prevalenza del long COVID-19 varia molto da paese, in base ai criteri (variabili) con cui viene definito, al variabile tempo di follow up dalla malattia acuta, allo stato vaccinale del paziente e all’emergenza di nuove varianti SARS-CoV-2.
La maggior parte degli studi condotti finora si è focalizzata sulla raccolta descrittiva dei sintomi post-COVID-19 in tempi relativamente brevi, concentrandosi sui pazienti ospedalizzati dopo un COVID-19 severo. Il nostro studio, invece, ha valutato la persistenza dei sintomi per più di un anno in popolazioni in età lavorativa (quindi relativamente più sane), durante la fase iniziale della pandemia - quando circolavano varianti SARS-CoV-2 più gravi (come la Wuhan e Alpha) e la maggior parte delle persone non era ancora vaccinata (quindi presumibilmente era più suscettibile al virus).
METODI: Questo studio di follow-up ha quindi indagato i sintomi post-COVID-19 a distanza di 15 mesi dalla malattia acuta nella popolazione di ASUGI durante la prima fase della pandemia (prima parte del 2021), considerando pazienti in età lavorativa (età 14-67 anni) che erano seguiti dalla clinica ambulatoriale post-COVID-19 istituita a Trieste dall’ 8 Dicembre 2020 al 6 Dicembre 2021, presso il Dipartimento di prevenzione a San Giovanni.
In questo studio sono stati esaminati 272 pazienti che erano afferiti all’ ambulatorio post-COVID-19di Trieste dall’ 8 Dicembre 2020 al 6 Aprile 2021, e che si erano precedentemente infettati nel periodo dal 1 Ottobre 2020 al 3 Marzo 2021, durante il quale sono stati notificati 22.073 casi totali di COVID-19 in tutta ASUGI. Dopo aver escluso i pazienti non in età lavorativa (<14 e > 67 anni) il numero finale di pazienti dello studio si era ridotto da 272 a 252. Questi pazienti si erano rivolti all’ ambulatorio post-COVID-19 di Trieste a vari intervalli dalla malattia acuta, complessivamente dopo un tempo mediano di 49 giorni dalla rispettiva diagnosi di COVID-19 acuto (mediante tampone PCR positivo per SARS-Cov-2). La visita medica presso l’ambulatorio post-COVID-19 di Trieste è stato il primo follow-up dei sintomi post-COVID-19, durante cui oltre alla valutazione clinica (che includeva anche esami di laboratorio e strumentali se necessario) condotta da un medico specialista in malattie infettive, ai pazienti veniva somministrato anche un questionario per raccogliere informazioni socio-demografiche, sul COVID-19 acuto e su eventuali condizioni cliniche di rilievo.
Fra il 7 Febbraio 2022 ed il 7 Maggio 2022, a distanza mediana di 15 mesi dalla diagnosi iniziale di COVID-19, gli stessi 252 pazienti sono stati richiamati a telefono per il secondo follow-up dei sintomi post-COVID-19. Dopo aver escluso 5 irreperibili, 247 pazienti sono stati valutati al secondo follow-up telefonico, sempre condotto con intervista strutturata. Al secondo follow-up veniva indagata anche la capacità lavorativa residua.
RISULTATI: Al primo follow-up (tempo mediano 49 giorni dalla diagnosi inziale di COVID-19) i sintomi più frequenti riferiti dai pazienti erano astenia (80,2%), mancanza di respiro (69,6%), deficit di concentrazione (44,9%), mal di testa (44,9%), dolori muscolari (44,1%), artralgie (43,3%) e anosmia (42,1%).
Al secondo follow-up (tempo mediano di 15 mesi dalla diagnosi di COVID-19) nel 75% dei casi i sintomi persistenti post-COVID-19 riscontrati al primo follow-up si erano risolti.
Al primo follow-up i fattori di rischio per i sintomi neurologici erano il sesso femminile e l’età avanzata, mentre i sintomi psichiatrici si associavano a sesso femminile e depressione pre-esistente, che risultava essere un fattore di rischio anche per disautonomia funzionale.
Al secondo follow-up solo le femmine manifestano sintomi psichiatrici, mentre i maschi esibivano una capacità lavorativa mediamente più alta. Inoltre, i sintomi neurologici al secondo follow-up erano più probabili nei pazienti con co-morbidità preesistenti.
Infine, la persistenza di sintomi della durata di oltre 200 giorni dalla diagnosi di COVID-19 in pazienti esaminati sia al primo che al secondo follow-up aumentava con la depressione precedente al COVID-19 e in modo lineare con l’età del paziente.
CONCLUSIONI: A distanza di 15 mesi dalla diagnosi di COVID-19 (secondo follow-up) il 75% dei pazienti con sintomi era ritornato alla condizione pre-COVID-19, quindi pochi hanno avuto la persistenza a lungo dei sintomi.
Inoltre, il rischio di sintomi persistenti per più di 200 giorni al secondo follow-up si associava (oltre che con l’età avanzata) con storia di depressione, sostenendo l'ipotesi che il long COVID-19 possa essere in parte spiegato da condizioni psicologiche pre-esistenti. La riabilitazione ed il supporto psicologico del paziente COVID-19 dovrebbero pertanto giocare un ruolo chiave nell’ assistenza dei pazienti affetti da long-COVID-19.
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