Siulp Fvg contro l’abolizione del reato di abuso d’ufficio
"“E’ cosa impossibile concepire la vita di una società civile, senza la contemporanea esistenza di
funzioni coordinate e dirette ad un fine, il comune benessere; funzioni che prendendo origine
dall’organo Stato si diramano ai singoli cittadini, armonizzando gl’interessi dei privati cogli
interessi della collettività in modo da produrre la tranquillità e l’ordine nell’andamento della vita
sociale (…) Il pubblico funzionario poi, più del privato, merita censura quando compie un reato,
perché oltre alla violazione del diritto, abusa delle incombenze che gli vengono affidate”
Partendo da questo punto fermo che si data al 1907, si cercherà di comprendere perché non è
corretto abolire l’Abuso d’Ufficio. Tale reato ovvero l’art. 323 del codice penale ha prodotto
letteralmente fiumi di inchiostro in tutti e tre i formanti del diritto, considerando la dottrina un
formante indiretto nella misura in cui, attraverso una moral suasion riesce ad incidere sulle scelte
del decisore politico e del formante giurisprudenziale. Il primo antecedente dell’odierno abuso di
ufficio si rinviene nell’art. 284 del codice per il Regno delle Due Sicilie del 1819. Di un anno
successivo il codice degli Stati di Parma, Piacenza e Guastalla del 1820 e sulla stessa linea si
muoveva il Codice penale per gli Stati di sua maestà il Re di Sardegna del 1839. Infine, prima di
entrare nell’odierno Codice Rocco del 1930 va segnalato quale precedente storico il Codice
Zanardelli del 1889. Per venire ai tempi moderni, l’abuso d’ufficio è stato rivisitato dal legislatore
con la legge n. 86 del 1990, con la legge n. 234 del 1997 e da ultimo con il d.l. n. 76 del 16 luglio
2020, convertito con l. n. 120 dell’11 settembre 2020. Senza entrare nel merito dei sofismi
legislativi oggi dobbiamo rilevare che è vero, il reato ha prodotto molti più processi che condanne
ed è altrettanto vero che sullo sfondo, si svolge una perenne battaglia tra il potere legislativo che
nel corso del tempo ha cercato di fornire uno scudo agli amministratori ed il potere giudiziario che
invece, con fine ermeneutica, rompeva di volta in volta quello scudo di cristallo. In mezzo gli
amministratori pubblici che dietro alla cd “paura della firma” bloccavano il bel Paese. Ma è tutta
qui la storia? No perché un vecchio adagio recita: “male non fare paura non avere” ed allora mal si
comprende perché si debba aver paura di firmare quando si ha la coscienza a posto. Il rischio di un
eliminazione tout court della fattispecie incriminatrice porta, dalla paura della firma alla firma
senza paura e questo non è auspicabile. Il funzionario pubblico deve avere la piena consapevolezza
che, con quella firma, sta gestendo il sudore ed il sangue di milioni di cittadini e se nessuno vuole
sperimenti il blocco dello scrittore, tutti ritengono che invece debba esse ben presente e
consapevole di come spende quel sangue e quel sudore. Non è opportuno lasciare privi di tutela
penale interi settori dell’esercizio dei poteri dello Stato quand’anche a presidio degli stessi
rimarrebbe il diritto amministrativo e/o quello disciplinare. La discrezionalità giudiziaria e
amministrativa non è libertà assoluta, diversamente opinando declinerebbe al completo arbitrio; Il
potere deve essere esercitato nell’alveo delle leggi che lo attribuiscono e non al di fuori di esse, né
tantomeno contro di esse. È la stessa Carta dei valori a stabilire che la pubblica amministrazione
deve agire con imparzialità (art. 97) e che con imparzialità devono agire i magistrati (art. 111).
Considerare funzionari della P. A. non responsabili nell’esercizio del potere significa costruire
intorno ad essi una sorta di immunità sostanziale che declina una sorta di privilegio. Nel recente
passato la Consulta è stata tranchant sul tema delle immunità (quelle relative alle più alte cariche
dello Stato) che possono essere introdotte soltanto con legge costituzionale, perché alterano
l’“essenziale e delicato equilibrio fra i diversi poteri dello Stato ... incidendo sulla complessiva
architettura istituzionale, ispirata ai principi della divisione dei poteri e del loro equilibrio”. È ben
vero che, in ordine all’art. 323 c.p., non si tratta di una vera immunità, ma, comunque, l’abolizione
significherebbe abdicare ad un controllo fondamentale anche nel caso di condotte affaristiche o
prevaricatrici, foriere di pregiudicare fondamentali beni, dotati di esplicita rilevanza costituzionale.
Non credo ciò sia opportuno per un Paese che combatte quotidianamente con il malaffare che
proprio negli appalti, nelle concessioni e nei rapporti con i pubblici poteri trova la sua linfa per
prosperare a discapito di chi invece segue le regole."
A riferirlo Segretario Regionale Generale SIULP Fabrizio MANIAGO
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