“Non fate la guerra tra poveri”: il duro sfogo del Siulp tra migranti, Polizia e istituzioni che mancano

Trieste torna ad essere il punto in cui le grandi questioni – immigrazione, accoglienza, sicurezza, diritti umani – diventano vita quotidiana. Non teoria. Non slogan. Non propaganda. Ma ore di attesa, freddo, identità da verificare, pratiche da compilare, corpi da soccorrere, e una città che osserva tutto questo con sentimenti spesso opposti: rabbia, pietà, paura, stanchezza.
È in questo clima che arriva un comunicato destinato a far discutere: “Remigrazione e diritti umani”, firmato dal segretario regionale Fabrizio Maniago, che entra a gamba tesa su un terreno dove spesso si parla molto e si ascolta pochissimo.
Un testo lungo, denso, quasi letterario, che parte da Guccini e arriva al Porto Vecchio, passando per una riflessione severa sulla società: quella che, dice Maniago, usa il “giusto” come clava morale, dimenticandosi però l’umanità vera.
L’ipocrisia del “sempre nel giusto”: quando la verità diventa potere
Il comunicato mette subito un chiodo nella parete: chi è sempre “dalla parte della ragione”, secondo Maniago, spesso non sta cercando la verità, ma il potere morale. È una frase che pesa come piombo, perché sposta tutto da “chi ha ragione” a una domanda molto più scomoda: chi sta davvero ascoltando?
E qui Trieste diventa la cartina tornasole di una contraddizione enorme. Perché il confine, la rotta, la città che riceve, che gestisce, che si divide. E dentro a questa divisione – spiega Maniago – rischia di esplodere la più pericolosa delle guerre: la guerra tra ultrapoveri, quella che non risolve nulla e fa solo il gioco di chi “tira i fili da dietro”.
Il “Dio” incarnato nel migrante: dal gelo alla cronaca nera
Nel testo c’è un passaggio volutamente forte: Maniago parla di Dio “incarnato” in un giovane nepalese morto a 43 anni, ricordando anche altri decessi legati al freddo e alle condizioni estreme.
Un modo per dire che dietro le etichette – migrante, clandestino, richiedente, irregolare – prima di tutto ci sono persone, e quando la macchina non regge, il prezzo lo pagano i corpi.
A Trieste, dove negli ultimi mesi il tema accoglienza è tornato rovente, questo messaggio si incastra dentro una ferita aperta: Porto Vecchio, stabili abbandonati, gelo, soccorsi, polemiche, accuse incrociate.
Questura, “reception” e realtà: “abbiamo comprato merendine coi nostri soldi”
Il cuore più potente del comunicato è però quando Maniago si spoglia della retorica e parla da uomo che c’era: racconta anni passati in Questura, “alla reception”, e descrive una scena che rovescia stereotipi e narrazioni comode.
Dice che lui e colleghi – più volte – hanno messo mano al portafoglio per comprare merendine, succhi, bevande calde a chi aspettava. Racconta di fogli da disegno e pennarelli per i bambini, peluche, giocattoli.
Non un gesto eroico da esibire: un gesto umano, semplice, quasi istintivo. Ma che in un mondo dove tutti urlano, diventa una fotografia che pesa.
Numeri e collasso: da 600 a 400 poliziotti, mentre i flussi crescono
Tra le righe, Maniago mette anche un dato politico-amministrativo che è una bomba: vent’anni fa Trieste gestiva un fenomeno molto diverso. Oggi – scrive – si è passati da 100/150 richiedenti asilo annui a eventi di rintraccio con 120 persone in un solo giorno.
E nello stesso tempo, la Questura avrebbe visto calare il personale da 600 a 400 unità.
In pratica: più persone da gestire, meno uomini per farlo. È qui che il comunicato smette di essere poetico e diventa quasi una denuncia: non contro qualcuno in particolare, ma contro un sistema che si regge su una sproporzione sempre più ingestibile.
Migranti e Polizia: “ognuno riconosca il proprio ruolo”
Il testo è un tentativo di mettere ordine nel caos delle accuse reciproche, soprattutto tra chi rappresenta i migranti e chi rappresenta la Polizia. Maniago afferma che il sindacalista dei migranti svolge legittimamente il proprio lavoro e che è giusto che lo faccia, perché chiede il rispetto di norme cogenti.
Ma aggiunge una frase chiave: “ognuno riconosca il proprio ruolo”.
Il poliziotto, ricorda, esegue un compito assegnato. Il suo “core business” è sicurezza, controllo, identificazione, prevenzione e repressione. E soprattutto, scrive Maniago, i colleghi agiscono non come macchine ma come persone: con figli, genitori, nonni, e davanti a loro vedono persone, non numeri.
“Le responsabilità sono nel sistema”: logistica, spazi, riscaldamento
Arriva così la parte più netta: se la macchina non funziona, se le condizioni sono disumane, se manca un’accoglienza minima, la responsabilità – secondo Maniago – va cercata nel sistema, nell’organizzazione, in chi dovrebbe garantire logistica e servizi.
In poche parole: non su chi è lì ogni giorno sommerso dalla burocrazia, senza strumenti operativi e con risorse umane insufficienti.
È una posizione che prova a ribaltare un riflesso automatico: quello di cercare un colpevole “visibile” anziché guardare il nodo vero, spesso invisibile, fatto di strutture mancanti, protocolli, fondi, scelte politiche e gestione.
Il messaggio finale: “siamo tutti sulla stessa barca”
Il comunicato chiude con una frase che sembra costruita per Trieste: “siamo tutti sulla stessa barca e dovremmo remare nella stessa direzione”.
È un invito alla lucidità, ma anche un allarme: se la città si spacca in tifoserie, se migranti e forze dell’ordine diventano nemici simbolici, a perdere sarà sempre e solo la comunità.
Perché l’odio non scalda nessuno. E la propaganda non costruisce ripari.
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