Passione del Signore, Monsignor Crepaldi: «La salvezza ci è donata da Dio»
Il testo dell'omelia che l'Arcivescovo Mons. Giampaolo Crepaldi ha pronunciato durante la Celebrazione della Passione del Signore, alle ore 15.00, nella Cattedrale di San Giusto.
Carissimi fratelli e sorelle!
- La liturgia del Venerdì Santo è dominata dall’adorazione della croce, adorazione che Sant’Ireneo di Lione commentò con queste parole, riferendole all’amore di Dio: «Infatti, poiché lo perdemmo per mezzo del legno, per mezzo del legno è divenuto visibile a tutti» (Ireneo di Lione, Adversus Haereses, V, 17,4). Come per il frutto dell’albero del Paradiso terrestre, cioè per il peccato, perdemmo l’amore di Dio, ora questo amore di Dio ci è offerto come frutto dell’albero della croce. Il corpo di Gesù, appeso alla croce, quasi come un frutto che pende dal legno, è il segno dell’offerta di amore del Padre. Ogni singola ferita, in quel corpo assunto da Dio come suo corpo per amore nostro, testimonia la grandezza dell’amore di Dio per noi. Non c’è amore più grande di questo: dare la vita. Gesù sulla croce è la rivelazione di questo amore smisurato che giunge a dare la vita fino all’ultima goccia.
- Carissimi fratelli e sorelle, Sant’Ireneo di Lione scrisse anche che Cristo ha mostrato «...in se stesso l’altezza, la lunghezza, la larghezza e la profondità...» del suo amore per noi (Ireneo di Lione, Adversus Haereses, V, 17,4). La croce, infatti, ha una parte che si protende verso l’alto che indica la direzione del cielo e dà ad ogni dolore vissuto in unione con Cristo il significato di una invocazione rivolta al Padre. La croce ha una lunghezza, che sostiene tutto il corpo del Signore ed indica il suo avere accolto per amore la nostra condizione umana, facendosi nostro compagno di viaggio. La croce ha una larghezza che sostiene le mani del Cristo, mani aperte ad accogliere tutto il mondo e protese a riunire tutti in un solo abbraccio. La croce ha infine una profondità, una parte infissa nel terreno, che non si vede, ma che sostiene tutto il resto e che altrove Ireneo definisce «la grazia divina che ci è liberamente donata»: la salvezza ci è donata da Dio, infatti, non per i nostri meriti, ma per la grandezza del suo amore misericordioso.
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