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Omicidio via del Veltro, indagata la convivente. Il fatto di sangue culmine di una lite (RICOSTRUZIONE)

Luca Marsi ·

Tutto sarebbe avvenuto al culmine di una lite scaturita per il divieto opposto dalla vittima a che la convivente partisse per il suo paese d’origine. Le indagini, coordinate dalla Procura della Repubblica di Trieste – diretta dal dr. Carlo MASTELLONI – e svolte dagli agenti della Squadra Mobile giuliana, hanno consentito di fare luce sul grave fatto di sangue scoperto nella giornata del 2 novembre, individuando nella compagna del FOTI l’autrice dell’efferato delitto. Era, infatti, la sera del 2 novembre scorso quando era stato segnalato da alcuni condòmini dello stabile di via del Veltro n.45 che non si avevano notizie del FOTI da diversi giorni. Una volta giunti sul posto gli Agenti della Volante con l’ausilio dei Vigili del Fuoco, avevano raggiunto il balcone dell’appartamento sito al terzo piano facendo la macabra scoperta: sul pavimento del poggiolo, accostato al parapetto, si trovava la sagoma di un corpo umano, avvolto in una coperta. Immediatamente allertati, intervenivano il P.M. di turno dr. Federico FREZZA unitamente agli uomini della Squadra Mobile, nonché gli agenti del Gabinetto Provinciale di Polizia Scientifica ed il medico legale. Per entrare all’interno dell’appartamento, si era reso necessario forzare, poiché chiusa dall’interno, la porta finestra che dal balcone consente l’accesso al soggiorno; chiusa e senza segni di effrazione anche la porta blindata dell’appartamento. I vari ambienti della casa erano, da subito, apparsi puliti ed in ordine: il cestino dei rifiuti vuoto e col sacco appena cambiato, il letto rifatto, oggetti e suppellettili a posto; nulla faceva pensare ad una colluttazione. Anche la salma era composta, adagiata in terra supina e accostata al parapetto, coperta da un plaid e avvolta in un copriletto in pile; sotto, il corpo chiuso in sacchi in plastica neri per l’immondizia, la testa all’interno di un altro sacco nero tenuto bloccato da un paio di collant applicati a mo’ di cappuccio e stretti intorno al collo. L’involucro era assicurato da più giri di nastro adesivo trasparente. Il corpo aveva in dosso il pigiama e la giacca da camera. Sono state così avviate immediate indagini finalizzate alla individuazione del colpevole, alla ricostruzione dell’evento ed alla ricerca di tracce pertinenti al reato. Le prime testimonianza acquisite hanno consentito di stabilire un primo dato certo; nel corso della prima mattina di sabato 12 ottobre i vicini di casa avevano sentito dei rumori e delle grida dall’appartamento del FOTI, poi il silenzio. Contemporaneamente si accertava che la convivente dell’uomo, proprio nella stessa giornata, intorno alle 14.00, era partita dall’aeroporto di Venezia con volo diretto a Kiev. Parallelamente proseguivano le investigazioni dirette dalla Procura della Repubblica di Trieste che consentivano di accertare ancora i movimenti della coppia a ridosso del 12 ottobre, avendosi conferma del fatto che il cellulare della vittima aveva smesso di comunicare proprio in quella data. Si accertava, ancora che la donna aveva raggiunto l’aeroporto di Venezia con un mezzo GoOpti, che aveva fatto la spesa pochi giorni prima del 12 ottobre, acquistando, tra l’altro, anche sacchi neri per l’immondizia e che aveva acquistato il biglietto aereo in data 25 settembre; niente di rilevante dall’analisi dei movimenti bancari che consentiva di verificare che non c’era stato alcun movimento anomalo sul conto del FOTI. Escluso, pertanto, il movente economico, posto che, peraltro, sono stati rinvenuti anche il portafogli dell’uomo con il bancomat e una somma di denaro di denaro in contante, si concentravano le indagini sulla ferma volontà della donna di lasciare Trieste, nonostante il FOTI si opponesse a ciò. L’analisi della scena del crimine, effettuata anche grazie all’ulteriore sopralluogo svolto dal Gabinetto Interregionale della Polizia Scientifica di Padova che – tra l’altro – aveva consentito di repertare tracce di sangue rilevate con le luci forensi, permetteva di affermare che quella mattina si era verificata una discussione tra i due conviventi degenerata nell’aggressione in danno del FOTI, il quale veniva poi soffocato con un sacchetto nero dell’immondizia, colpito con un fendente non penetrante al collo ed alla mano, verosimilmente dopo la sua stessa morte, chiuso in sacchi neri di grandi dimensioni, “imballato” con del nastro adesivo trasparente, avvolto in delle coperte e, poi, accostato all’esterno del poggiolo nella speranza che tale sistemazione potesse ritardare le esalazioni dovute alla decomposizione e, pertanto, la scoperta del cadavere. Peraltro, durante le perquisizioni effettuate nell’appartamento dagli investigatori della Squadra Mobile venivano rinvenuti non solo sacchi dell’immondizia neri ripiegati e conservati in un cassetto del soggiorno, ma anche un rotolo di nastro adesivo trasparente all’interno di un mobile della medesima stanza. Alcune tracce di sangue erano ben visibili sulla parte bassa della tenda presente, quasi a testimoniare che in quella zona era stato preparato il corpo ormai esanime; per il resto, l’appartamento appariva in ordine. Considerato che la donna, affetta da gravi patologie, potesse essersi recata nella città di Čerkasy, in Ucraina, atteso che aveva manifestato a più persone la ferma volontà di raggiungere la propria figlia per attendere il decorso della malattia, si chiedeva – per il tramite del Servizio per la Cooperazione Internazionale di Polizia della Direzione Centrale della Polizia Criminale di Roma – di verificare se fosse reperibile in quel centro, dove poi effettivamente veniva localizzata e dove tutt’ora risiede. Nel corso di un primo contatto telefonico del 13.11 scorso, la donna confermava al P.M. titolare del fascicolo di indagine ed agli investigatori della Squadra Mobile, di avere ucciso il suo compagno, specificando di avere agito per respingere dei tentativi del FOTI di colpirla con un coltello, poiché si opponeva alla sua partenza, proprio intorno alle ore 5.00 del 12 ottobre. Dopo avere attinto l’uomo in testa con una bottiglia, lo soffocava, lo chiudeva in alcuni sacchi neri e, dopo averlo avvolto in alcune coperte per meglio spostarlo sul pavimento, lo sistemava sul poggiolo. Le dichiarazioni sono state, altresì, ribadite dalla donna in altra chiamata effettuata nella mattina del 21.11.2019 alla presenza del legale di fiducia, del Pubblico Ministero e della Polizia Giudiziaria intervenuta.

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