Caso de’ Manzano, Ass. Luca Coscioni: “Consenso informato non può diventare scudo per strutture sanitarie”

Caso de’ Manzano, Ass. Luca Coscioni: “Consenso informato non può diventare scudo per strutture sanitarie”

 

In merito alla sentenza della Corte d’Appello di Trieste che ha riformato la decisione di primo grado sul caso di Claudio de’ Manzano, l’Avvocata Filomena Gallo, Segretaria nazionale dell’Associazione Luca Coscioni, interviene esprimendo forte preoccupazione per le ricadute della pronuncia sull’effettiva applicazione della legge n. 219 del 2017 sul consenso informato e sulle decisioni di fine vita.

«La legge sul consenso informato tutela la libertà e la dignità della persona e non può trasformarsi in uno scudo difensivo per le strutture sanitarie – dichiara Filomena Gallo –. In questa vicenda la volontà del paziente, ricostruita dai familiari in assenza di disposizioni anticipate di trattamento, è stata di fatto disattesa. Così si rischia di svuotare nella pratica una legge nata per garantire diritti fondamentali, non per limitarli».

Claudio de’ Manzano, 84 anni, era stato ricoverato a Trieste a seguito di un grave ictus ischemico che lo aveva reso affetto da afasia globale, disfagia severa e gravissima disabilità. In assenza di DAT, i figli avevano chiesto – tramite la nomina della figlia quale amministratrice di sostegno – il rispetto della volontà più volte espressa dal padre in vita di non proseguire trattamenti sanitari di sostegno vitale in condizioni irreversibili.

La richiesta di sospensione delle cure non era stata accolta immediatamente dalla struttura sanitaria, che aveva proseguito i trattamenti fino a quando il Giudice Tutelare aveva autorizzato le dimissioni e il trasferimento del paziente in una struttura privata. Solo in quella sede le terapie di sostegno vitale erano state progressivamente interrotte, fino alla morte dell’uomo.

In primo grado, il Tribunale di Trieste aveva riconosciuto un risarcimento per la lesione del diritto all’autodeterminazione del paziente. Decisione poi integralmente riformata dalla Corte d’Appello, che ha escluso la responsabilità dell’Azienda sanitaria, disponendo anche la restituzione del risarcimento e la condanna dei figli alle spese processuali.

«Questa sentenza – conclude Gallo – solleva interrogativi profondi sul ruolo dei sanitari e sul peso effettivo della volontà del paziente quando non è formalizzata in un documento scritto. Ribadiamo la nostra piena solidarietà ai figli di Claudio de’ Manzano e continueremo a batterci affinché la legge 219 venga applicata in modo coerente, rispettando davvero l’autodeterminazione delle persone, soprattutto nei momenti più fragili della loro vita».