Via Bonomo, “Siamo costretti a convivere con degrado e urla ogni giorno”: la denuncia di una professionista (FOTO)

Una denuncia dettagliata e accorata arriva da Alessandra, titolare di uno studio medico in via Bonomo 5 a Trieste, che racconta una situazione di degrado urbano che si trascina, inascoltata, dal 2019. Il messaggio, inviato alla redazione di Trieste Cafe, punta il dito contro una condizione ormai cronica di disturbo quotidiano, bivacchi e inciviltà che si consumano nel cuore della città.
Al centro delle preoccupazioni ci sono anche i continui episodi segnalati in piazza Ponterosso, dove, secondo Alessandra, “persone si lavano, si allenano in mutande e urlano senza tregua”.
“Da anni viviamo così, tra urla, canti e vino per strada”
Secondo quanto descritto nella segnalazione, una ventina di persone si stazionano regolarmente nella zona, sin dalle prime ore del mattino fino alla sera, bivaccando su marciapiedi e muretti, spesso in evidente stato di alterazione. “Strillano, cantano, urinano davanti ai passanti, sono a torso nudo e sbracati, soprattutto ora con la bella stagione”, scrive Alessandra.
Il disagio non è solo personale, ma anche professionale: “Da settembre 2019 siamo costretti a lavorare in queste condizioni, in una zona diventata invivibile. Abbiamo fatto petizioni, convocato riunioni con le forze dell’ordine, contattato l’amministrazione pubblica”.
“Da un anno nessuno risponde alle chiamate al 112”
La professionista sottolinea anche la difficoltà nell’ottenere un intervento: “Chiamiamo il 112 fino a quattro volte al giorno, ma da un anno a questa parte nessuno interviene più”. Il senso di abbandono è palpabile, tanto che Alessandra si chiede: “Dobbiamo vendere lo studio e trasferirci?”
“E i cittadini che pagano le tasse, non hanno più diritti?”
Il cuore della riflessione è tutto in una domanda semplice ma cruciale: “Il diritto di queste persone a stazionare sul suolo pubblico disturbando tutti è corretto? Chi lavora e paga le tasse non ha alcun diritto?”. Un grido che, nelle parole di Alessandra, vuole essere un appello civile e accorato, privo di odio, ma carico di frustrazione.
Una testimonianza che si aggiunge a tante altre già emerse nei mesi scorsi e che fotografa una realtà che richiede risposte concrete e non più rimandabili.
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