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Cronaca

Sicurezza al collasso, l’allarme di Polizia e Penitenziaria: ‘Trieste non è più un modello’

Luca Marsi·
Sicurezza al collasso, l’allarme di Polizia e Penitenziaria: ‘Trieste non è più un modello’

"Il sistema della sicurezza sta progressivamente deragliando anche a Trieste, realtà che storicamente si è distinta per efficienza. Le Istituzioni dello Stato, ciascuna con il proprio carico di responsabilità, non riescono più a mantenere una marcia comune. La mancanza cronica di risorse, il blocco del turnover, la discontinuità nella programmazione e i tagli trasversali hanno generato un divario operativo tra i diversi comparti dello Stato, compromettendo coordinamento e funzionalità. Siamo stati abituati a immaginare un sistema fondato su automatismi: un poliziotto arresta un criminale, lo conduce in carcere, un giudice lo giudica, un agente penitenziario lo vigila, e la pena ha una funzione rieducativa. Oggi questo meccanismo si è inceppato, travolto da inefficienze, carenze strutturali e disorganizzazione. Gli equipaggi impiegati nel controllo del territorio sono sempre più ridotti, spesso in numero insufficiente a garantire la sicurezza degli operatori stessi e di un tessuto urbano segnato da un crescente degrado socio-culturale. Quando un soggetto viene arrestato e condotto in carcere, l’ammissione è subordinata a una visita medica obbligatoria, effettuata da personale sanitario esterno alla Polizia Penitenziaria. Si tratta di un passaggio essenziale, non solo per tutelare la salute del detenuto, ma anche per proteggere il personale penitenziario da accuse pretestuose e infamanti, sempre più frequenti e spesso oggetto di una strumentalizzazione politica che mette sotto attacco chi, quotidianamente, opera con serietà e dedizione. Eppure, la visita medica, a causa delle forti carenze anche tra le fila del personale sanitario (aggravate dal sovraffollamento) spesso non può essere effettuata nell’immediatezza, creando rallentamenti e criticità operative che aggravano ulteriormente un sistema già al collasso. Il personale della Polizia Penitenziaria in servizio nel carcere del Coroneo opera in condizioni di estrema difficoltà: l’organico è ridotto all’osso, la sproporzione numerica rispetto ai detenuti è palese, e ogni giorno si lavora derogando ai più elementari principi di sicurezza. Il sovraffollamento impedisce ogni funzione riabilitativa della pena, mentre le condizioni di detenzione esasperano la violenza nei confronti degli agenti. Sulla funzionalità dell’apparato giudiziario preferiamo non soffermarci, non essendo di diretta competenza di queste rappresentanze e ritenendo che l’opinione pubblica abbia già piena contezza della situazione attuale. In questo contesto, anche un semplice arresto si trasforma in un’odissea che impegna le forze dell’ordine per ore, sottraendo risorse preziose al controllo del territorio. Quando due amministrazioni profondamente interconnesse, come quella della sicurezza e della giustizia, trovano ostacoli che compromettono la comunicazione e un’efficace collaborazione, il rischio di una crisi sistemica non è più un’ipotesi, ma una realtà. Le procedure si ingolfano, la burocrazia prevale sulla funzionalità, e il sistema democratico si blocca, incapace di rispondere ai bisogni concreti di una collettività sempre più esposta e vulnerabile. L’impoverimento strutturale, frutto di scelte politiche restrittive sul bilancio, sta comprimendo l’operatività della Polizia di Stato e della Polizia Penitenziaria. Un’operatività che ormai si regge unicamente sulla buona volontà, sullo spirito di servizio e sull’abnegazione degli operatori, i quali ogni giorno subiscono mortificazioni professionali e salariali, oltre alla profonda frustrazione di non riuscire più a garantire alla collettività uno standard adeguato di sicurezza e protezione".

A riferirlo Il Segretario Generale del SIULP di Trieste Il Segretario del SAPPE di Trieste Francesco Marino Mirko Ivan Romano

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