"Perché condividi tutto? Perché sì!" la risposta di un triestino mette a tacere i maestrini del web

Un triestino posta una foto su Instagram. Uno scatto come tanti: un momento personale, un frammento di quotidianità. Niente di rivoluzionario, niente che meriti titoloni. Ma come sempre, c’è qualcuno che deve infilarsi a gamba tesa nella vita altrui. Puntuale arriva il messaggio privato: “Ma perché devi condividere sempre tutto nei social?”.
E qui la magia: nessuna giustificazione articolata, nessun trattato di sociologia digitale, nessuna arringa difensiva. La risposta è secca, spiazzante, quasi liberatoria: “Perché fondamentalmente faccio quel c**o che mi pare”*. E fine della storia. Anzi, quasi fine: l’altro abbozza un “Scusa”, riceve un gelido “Figurati” e scompare come neve al sole.
Una conversazione da dieci secondi che vale più di mille dibattiti sull’uso dei social. Perché ci mostra con chiarezza un vizio dei tempi: viviamo in un mondo in cui tutti si sentono in diritto di giudicare come e quanto gli altri condividono. I social, in teoria luoghi di libertà, sono diventati per molti una specie di tribunale permanente, dove chiunque può improvvisarsi giudice, giuria e boia morale.
Ma chi ha nominato costoro custodi della privacy altrui? Da quando la libertà di postare una foto deve essere giustificata davanti al tribunale invisibile dei follower? La verità è che dietro a quel “Perché devi condividere tutto?” si nasconde spesso una forma di fastidio: non per il contenuto del post, ma per la libertà che rappresenta. Perché condividere significa non avere paura, non nascondersi, non adeguarsi al silenzio compiacente.
Il triestino protagonista di questa storia ha risposto a modo suo, con ironia ruvida e senza troppi fronzoli. E così facendo ha messo in fila i moralisti: chi non sopporta di vedere la vita altrui esposta dovrebbe ricordarsi che esiste un gesto semplice, quasi rivoluzionario nella sua banalità: lo scroll. Non ti piace? Scorri oltre. È gratis, indolore e soprattutto evita brutte figure.
Il punto è che i social non sono un’aula di tribunale e nessuno ci ha obbligati a essere giudici permanenti. Ognuno dovrebbe preoccuparsi di come usa il proprio tempo online, invece di spendere energie a criticare chi posta un caffè, un tramonto o il proprio sorriso. Perché in fondo – diciamocelo – la vera ossessione non è di chi posta troppo, ma di chi non sa farsi i fatti propri.
Ecco perché quella risposta, colorita e diretta, è stata accolta da tanti con un sorriso liberatorio: perché in poche parole riassume un principio elementare che troppo spesso dimentichiamo. La libertà non ha bisogno di permessi, non chiede autorizzazioni, non accetta il marchio “troppo” o “abbastanza”.
Se c’è una morale, è questa: viviamo e lasciamo vivere. Perché non c’è niente di più triste di un moralista digitale che, invece di godersi la propria vita, passa le giornate a criticare quella degli altri.
E allora, sì, forse l’unico vero consiglio utile lo ha già dato il nostro protagonista triestino: sui social, come nella vita, fate pure quel c**o che vi pare*.
foto sebastiano visintin
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