Pulizia e decoro urbano, lo sfogo di un triestino: “Qui manca tutto”

Tornare da un lungo viaggio nel Nord Europa può cambiare lo sguardo. È quello che racconta un triestino, rientrato in città dopo aver visitato diverse capitali nordiche, osservando con occhi nuovi ciò che a Trieste ormai sembra normale, ma che normale non lo è più.
Il punto di partenza è quasi ironico. L’entusiasmo di alcuni politici locali nel celebrare la bellezza e il buon mantenimento della città fa sorridere chi ha appena visto da vicino realtà molto diverse. Al Nord Europa, racconta, la pulizia è maniacale. Le strade sono curate, gli spazi pubblici rispettati, l’ordine è parte della vita quotidiana.
A colpire non è solo il decoro, ma anche ciò che manca. Niente persone che bivaccano, nessuno che chiede soldi per strada, nessuna sensazione di abbandono. I controlli sono continui, a tutte le ore. Pattuglie a piedi presidiano le città, rendendo visibile la presenza dello Stato. Una presenza che, secondo il racconto, a Trieste è quasi assente.
Il confronto diventa ancora più netto sul tema dei servizi pubblici. Nei Paesi nordici i servizi igienici pubblici esistono, sono puliti e accessibili. A Trieste, invece, o non ci sono, o sono sporchi, o diventano luoghi di frequentazioni problematiche. Un dettaglio solo in apparenza marginale, che per chi viaggia diventa simbolo di una differenza più profonda.
Secondo il triestino, basta rientrare da un viaggio all’estero per rendersi conto di quanto il divario sia evidente. E non serve andare lontano: anche città vicine come Lubiana mostrano come le cose possano funzionare diversamente, anche a poche decine di chilometri da casa.
Il messaggio non è rassegnato, ma amaro. Le cose si potrebbero fare anche qui, osserva, se ci fosse la volontà. Ma poi arriva una riflessione più dura: l’Italia, secondo lui, è percepita come un Paese dove “si può fare quello che si vuole”, ed è anche per questo che diventa terreno facile per degrado, disordine e fenomeni fuori controllo.
Il racconto si chiude con una doppia constatazione che pesa come un giudizio: “povera Trieste, povera Italia”. Non come insulto, ma come presa d’atto di una distanza sempre più evidente tra ciò che si potrebbe essere e ciò che si è diventati.
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