Piazza Libertà, Fornasir: «Ragazzini afghani con scarpe distrutte. pena maggiore per i bambini»

Alle 20 l’uscita da piazza Libertà, poi l’assistenza che continua in strada. È il racconto affidato da Lorena Fornasir, responsabile di Linea d’Ombra, a un intervento datato 28 ottobre 2026, nel quale descrive la conclusione della presenza dei volontari nella piazza davanti alla stazione di Trieste e l’arrivo di altre persone bisognose di aiuto.
«Sono le 8 di sera. Con l’affanno lasciamo la piazza come da ordinanza della Questura», scrive Fornasir. Un passaggio che restituisce la sua testimonianza sulle difficoltà di conciliare il rispetto dell’orario con le richieste di assistenza che, secondo quanto riferisce, proseguono anche dopo l’uscita dallo spazio pubblico.
Al centro del messaggio ci sono soprattutto ragazzi afghani, persone con le mani bendate e scarpe distrutte, bambini. È dalla loro presenza che prende forma la critica della responsabile di Linea d’Ombra al modo in cui viene considerata l’attività solidale.
«Alle 20 e 10 minuti la piazza è vuota»
Fornasir scandisce il racconto attraverso due momenti ravvicinati. Il primo è quello delle 20, quando i volontari lasciano la piazza, come previsto dall’ordinanza richiamata nel suo intervento. Il secondo arriva dieci minuti dopo.
«Alle 20 e 10 minuti la piazza è vuota e si popola della PS», scrive, riferendosi alla presenza della Polizia di Stato.
La testimonianza mette così a confronto l’uscita dei volontari e il successivo presidio delle forze dell’ordine. Fornasir concentra però l’attenzione su ciò che avviene dopo: le necessità delle persone che raggiungono la zona non si esauriscono con la fine dell’orario.
«Continuiamo in strada», aggiunge. Una frase breve, che nel suo racconto segna il proseguimento dell’assistenza fuori dalla piazza.
I ragazzi in arrivo e i segni della difficoltà
La descrizione si sposta quindi sulle persone incontrate. «Arrivano ragazzini afgani, altri con mani bendate da fasce, scarpe distrutte», riferisce Fornasir.
Sono dettagli concreti attraverso i quali la responsabile di Linea d’Ombra richiama l’attenzione sulle condizioni di chi chiede sostegno. Il messaggio non precisa il numero delle persone presenti né le circostanze delle singole situazioni, ma insiste sulla fragilità di chi arriva e sul bisogno di una risposta.
Le mani bendate e le calzature rovinate diventano gli elementi centrali della sua testimonianza: immagini di difficoltà alle quali i volontari, secondo il racconto, continuano a rivolgere attenzione anche dopo aver lasciato piazza Libertà.
«La pena maggiore è per i bambini»
Il passaggio più doloroso dell’intervento riguarda i più piccoli. «La pena maggiore è per i bambini», scrive Fornasir.
Non vengono aggiunti dettagli sulle loro condizioni o sulle famiglie. Il riferimento resta essenziale e porta al centro del messaggio la preoccupazione per chi, per età, si trova in una situazione di particolare vulnerabilità.
Nel racconto della responsabile di Linea d’Ombra, è questa presenza a rendere ancora più difficile il momento dell’uscita dalla piazza. L’attenzione si concentra sulle persone che continuano ad arrivare e sull’esigenza di mantenere una vicinanza concreta.
La critica: «Quando la solidarietà viene trattata come un ostacolo»
Dalla cronaca della serata, Fornasir passa a una riflessione sul significato dell’assistenza e sul posto che essa occupa nella vita della città.
«Quando la solidarietà viene trattata come un ostacolo», scrive, «non è il gesto solidale a dover essere giustificato. È quella normalità ad aver perso il diritto di chiamarsi civile».
È il giudizio con cui la responsabile di Linea d’Ombra conclude il proprio intervento: una critica che chiama in causa il rapporto tra le regole di utilizzo della piazza e l’aiuto alle persone in difficoltà. Il suo racconto del 28 ottobre resta ancorato a quella sequenza: l’uscita alle 20, la presenza della polizia, l’assistenza che prosegue in strada e altri ragazzi che arrivano.
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