“Li arrestavo e giorno dopo prendevano caffè con me”: un triestino dopo 32 anni in Polizia

“Li arrestavo e il giorno dopo prendevano il caffè con me”: lo sfogo choc di un triestino dopo 32 anni in Polizia
Uno sfogo diretto, senza giri di parole, che arriva da chi sostiene di aver vissuto la questione sicurezza “sulla propria pelle” per una vita intera. Un triestino, dopo 32 anni in Polizia di cui 28 trascorsi in servizio a Trieste, ha deciso di intervenire pubblicamente raccontando la sua esperienza quotidiana tra arresti, processi per direttissima e quella che definisce una spirale che si ripete sempre uguale.
L’uomo parte da un riferimento politico: “La Meloni ha detto che le toghe scelte mettono a rischio la sicurezza”. Da lì, però, il discorso si allarga fino a diventare un j’accuse più generale sul sistema.
“Portavo l’arrestato in aula: 9 su 10 usciva con me”
Nel suo racconto, il punto che colpisce di più è la descrizione di ciò che avveniva dopo l’arresto. “Portavo settimanalmente l’arrestato in aula dove c’era il processo per direttissima. Nove casi su dieci, il reo, anche se confesso, veniva fuori con me”. E aggiunge, con un’immagine che resta impressa: “insieme andavamo al bar a bere il caffè”.
Secondo l’ex agente, i reati non sarebbero stati marginali o occasionali: “Di tutti i generi”. E anche quando non veniva disposta l’immediata libertà, subentrava spesso, a suo dire, una misura che non incide: gli arresti domiciliari.
“Arresti domiciliari ridicoli: gli spacciatori spacciano da casa”
Qui lo sfogo entra nel vivo. Per l’ex poliziotto, l’uso delle misure alternative sarebbe diventato paradossale: “Il reo veniva posto in regime di A.D., arresti domiciliari, una misura cautelare assolutamente ridicola”. E porta l’esempio più emblematico e discusso: “Spacciatori spacciano da casa”.
“Lo arrestavo di nuovo e il giorno dopo era ancora lì”
Il racconto prosegue con la sensazione di frustrazione di chi vede ripetersi lo stesso copione: “Il ‘cattivo’ poi lo arrestavo un mese o due dopo e nuovamente veniva a bere il caffè con me il giorno dopo”. Un passaggio che lancia un messaggio preciso: il problema, secondo lui, non starebbe tanto nel lavoro delle forze dell’ordine quanto nel sistema che arriva dopo.
“Tutti parlano di sicurezza, ma senza certezza della pena non esiste”
Il triestino punta il dito contro un dibattito pubblico che definisce sterile: “I giornali, i media, i social, i politici: tutti parlano parlano e parlano”. E poi la sintesi che rappresenta il cuore del suo intervento: “Che sei di destra o sinistra o centro o sotto o sopra o a fianco, senza sicurezza della pena, la sicurezza per i cittadini non esiste e non esisterà mai”.
“Scusate lo sfogo”: la richiesta di essere ascoltato
Nonostante il tono duro, l’uomo conclude con rispetto: “Scusate lo sfogo, rispetto per tutti”. Ma rivendica il diritto a parlare: “Credo sia giusto che ogni tanto una persona che ha provato sulla propria pelle l’insicurezza della città possa parlare”.
E aggiunge un dettaglio che dà profondità al racconto: nella foto allegata al suo post, ricorda, ci sarebbe “uno dei miei primi turni di volante”, datato 1987.
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