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Cronaca

La jota a Carnevale: perché a Trieste non smette mai di essere il piatto di casa

Luca Marsi·
La jota a Carnevale: perché a Trieste non smette mai di essere il piatto di casa

A Trieste ci sono piatti che arrivano solo in certi periodi dell’anno e altri che invece non se ne vanno mai. La jota appartiene a questa seconda categoria. Non conosce pause, non rispetta le feste, non cambia ruolo quando arriva Carnevale. Resta quello che è sempre stata: il piatto di casa.

Mentre altrove Carnevale significa solo dolci fritti e tavole più leggere, a Trieste la jota continua a comparire senza bisogno di giustificazioni. È normale. Ed è proprio questa normalità a raccontare molto della città.

Perché a Carnevale non sparisce

La jota non è un piatto “di festa”, ma è un piatto necessario. Serve a scaldare, a saziare, a rimettere in equilibrio. Per questo non viene messa da parte nemmeno quando il calendario suggerirebbe altro.

A Carnevale, tra un crostolo e una fritola, la jota resta lì. Magari a pranzo, magari la sera, magari il giorno dopo. Non compete con i dolci, li accompagna. È una presenza stabile, che non ha bisogno di protagonismo.

Un’abitudine più forte delle ricorrenze

A Trieste la cucina non cambia volto in base alle feste. Cambiano i dolci, cambiano i momenti, ma la base resta la stessa. La jota fa parte di quella base. È un piatto che non si prepara per celebrare, ma per vivere.

Questo spiega perché non viene mai percepita come fuori posto. Anche a Carnevale, quando tutto intorno è più leggero e rumoroso, la jota mantiene il suo ruolo silenzioso ma centrale.

Il significato di “piatto di casa”

Dire che la jota è il piatto di casa significa dire che non ha bisogno di un’occasione. Si fa perché si fa. Perché fa parte del repertorio quotidiano, quello che non si mette in discussione.

A Carnevale come negli altri giorni, la jota continua a rappresentare un modo di stare a tavola che a Trieste non è mai cambiato: concreto, diretto, senza troppe cerimonie.

Tra dolci di Carnevale e continuità

Durante il Carnevale triestino arrivano crostoli, frittole, chifelleti. Arrivano e se ne vanno. La jota resta. Non perché sia più importante, ma perché è necessaria.

È il piatto che bilancia, che riporta a terra, che chiude la giornata. In una cucina dove il dolce ha il suo spazio, il salato profondo non viene mai messo da parte.

Una tradizione che non sente il bisogno di fermarsi

Il fatto che la jota si mangi anche a Carnevale non è una scelta consapevole. È semplicemente il risultato di una tradizione che non si è mai interrotta. Non è una resistenza, non è una rivendicazione. È continuità.

A Trieste alcune cose funzionano così: non si fermano, non si spiegano, non si celebrano. Si fanno.

La jota come segno di identità

Mangiare jota a Carnevale significa riconoscere che, in questa città, il cibo non segue le mode ma le abitudini. E le abitudini, quando sono radicate, diventano identità.

Per questo, anche tra maschere e coriandoli, la jota resta al suo posto. Senza rumore. Come casa.

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