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Cronaca

Benedetta quella barca: Trieste ritornava all’Italia 70 anni fa

Francesco Viviani·
Benedetta quella barca: Trieste ritornava all’Italia 70 anni fa

Settant’anni fa, il 26 ottobre 1954, la città di Trieste si risvegliava in un’atmosfera di gioia e commozione, unita a sentimenti di sollievo e patriottismo, al termine di un’attesa lunga e dolorosa: Trieste tornava finalmente a essere parte dell’Italia. Gli eventi di quel giorno e gli anni di tensione che li precedettero rappresentano un momento determinante nella storia italiana del dopoguerra, simbolo della complessa ricostruzione nazionale e della determinazione dei triestini nel riconquistare la propria identità.

 

L’occupazione e la Questione Triestina

Per comprendere il profondo significato del ritorno di Trieste all’Italia, è necessario guardare alla Seconda Guerra Mondiale e all’immediato dopoguerra. Alla fine del conflitto, la città era contesa tra l’Italia e la Jugoslavia, guidata da Tito con un governo comunista, che aveva occupato Trieste nel 1945 con l’intento di annettere la città e l’intero territorio del Friuli Venezia Giulia. Tuttavia, questo progetto si scontrava con l’opposizione degli Alleati occidentali, preoccupati per l’espansione dell’influenza sovietica nei Balcani e in Europa centrale. Trieste venne quindi coinvolta in un contesto diplomatico e militare estremamente teso, che avrebbe portato alla creazione di quello che sarebbe divenuto noto come il Territorio Libero di Trieste (TLT).

Il Trattato di Pace del 1947 segnò un primo passo verso la risoluzione della Questione Triestina: la città venne divisa in due zone, la Zona A, controllata dalle forze anglo-americane, e la Zona B, amministrata dalla Jugoslavia. Questo fragile equilibrio, tuttavia, non fu in grado di dare una risposta definitiva: la città rimaneva in bilico, sospesa tra due nazionalità e due visioni politiche.

 

La lotta per l’identità italiana

La popolazione triestina, in gran parte di sentimenti filo-italiani, si trovava intrappolata in una situazione di stallo, caratterizzata da un continuo alternarsi di speranza e frustrazione. La città viveva quotidianamente l’incertezza politica, il peso della divisione e la paura dell’annessione jugoslava. Numerosi movimenti di protesta esplosero nelle strade cittadine: manifestazioni, scioperi e scontri con le forze dell’ordine divennero la norma.

Uno degli episodi più drammatici e significativi fu la rivolta di Trieste, iniziata il 5 novembre 1953, quando gli studenti proclamarono uno sciopero e manifestarono di fronte alla chiesa di Sant’Antonio. Al passaggio di una vettura della Polizia Civile con a bordo un ufficiale inglese, cominciò una sassaiola. L’ufficiale affrontò i manifestanti, ma venne strattonato e gettato a terra sulle scale della chiesa; intervenne allora il nucleo mobile della Polizia Civile, creato proprio in previsione di quelle giornate, che disperse i ragazzi rifugiatisi all’interno della chiesa, dove furono inseguiti, colpiti con un idrante e malmenati violentemente.

Il vescovo Antonio Santin stabilì per il pomeriggio una cerimonia di riconsacrazione del tempio, alla quale parteciparono migliaia di cittadini. Tuttavia, all’arrivo delle camionette della Polizia scoppiarono nuovi scontri. Un ufficiale inglese aprì il fuoco, seguito dai poliziotti: in quegli istanti, persero la vita:

•    Piero Addobbati (15 anni, nato nel 1938 a Zara), studente ed esule dalmata;

•    Antonio Zavadil (64 anni, nato nel 1889 a Trieste), portuale.

 

Decine di altri giovani rimasero feriti. I segni dei proiettili rimasero visibili su due lati della chiesa fino alla ristrutturazione del 2012.

Il 6 novembre la città fu attraversata da una folla immensa, decisa ad attaccare i simboli dell’occupazione inglese. Auto e motociclette della Polizia vennero date alle fiamme, e la sede del “Fronte per l’Indipendenza del Territorio Libero di Trieste” fu devastata. I manifestanti raggiunsero piazza Unità d’Italia e tentarono di assaltare il palazzo della Prefettura, sede della Polizia Civile: gli agenti reagirono sparando sulla folla, ferendo decine di persone e uccidendo:

•    Francesco Paglia (24 anni, nato nel 1929 a Trieste), universitario, ex bersagliere della Repubblica Sociale Italiana;

•    Leonardo “Nardino” Manzi (15 anni, nato nel 1938 a Fiume), studente ed esule fiumano;

•    Saverio Montano (50 anni, nato nel 1903 a Bari), ex partigiano;

•    Erminio Bassa (51 anni, nato nel 1902 a Trieste), portuale.

 

Questa tragica rivolta, oltre a rafforzare la memoria e la coscienza nazionale, lasciò una ferita aperta nella comunità triestina, che accorse ai funerali dell’8 novembre presso la Cattedrale di San Giusto, cui partecipò l’intera comunità italiana. L’evento intensificò il desiderio di un ritorno all’Italia e inasprì le tensioni tra la popolazione e le forze d’occupazione.

 

L’accordo di Londra e il ritorno all’Italia

La svolta decisiva avvenne nell’ottobre del 1954 con la firma dell’Accordo di Londra tra Italia, Stati Uniti, Regno Unito e Jugoslavia. Con questo trattato, la Zona A del TLT, che comprendeva Trieste, fu riportata sotto la sovranità italiana, mentre la Zona B rimaneva sotto il controllo jugoslavo. La tensione diplomatica si allentava, e finalmente Trieste poteva tornare sotto la bandiera italiana. Il 26 ottobre dello stesso anno, le truppe italiane sbarcarono al porto della città, accolte da una folla festante.

Le immagini di quella giornata, con migliaia di triestini che accoglievano con entusiasmo e lacrime i militari italiani, sono rimaste impresse nella memoria storica della città e del Paese. Tra i simboli più potenti di quel ritorno ci fu la celebre “barca benedetta” che trasportava i soldati italiani verso le sponde triestine, immagine emblematica della redenzione e della riconciliazione con la madrepatria.

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