“Un Giovanni è troppo”: la comunità che piange e chiede di non voltarsi più dall’altra parte (VIDEO)
Nel Duomo gremito di Muggia, in una mattina segnata da pioggia, silenzio e un dolore che sembrava non trovare parole, la comunità ha dato l’ultimo saluto al piccolo Giovanni Trame, il bambino di 9 anni ucciso lo scorso 12 novembre. A guidare l’assemblea in questo momento drammatico è stato il parroco, don Andrea Destrardi, che con una delle omelie più intense e dolorose che la città ricordi, ha trasformato lo sgomento in un messaggio di fede, responsabilità e umanità condivisa.
«Sono già passati molti giorni da quando la notizia della morte del piccolo Giovanni ci ha tramortiti, lasciandoci come quel tale incappato nei briganti: mezzi morti», ha esordito il sacerdote. Una frase che ha attraversato la chiesa come un’unica eco, restituendo l’immagine di una comunità ferita, stordita, incapace di capire l’incomprensibile.
Don Destrardi ha sottolineato come il silenzio sia stato la prima, inevitabile reazione: «Come quando si prende un pugno nello stomaco che ti lascia senza fiato. Tuttavia, sappiamo che il silenzio, se non viene abitato, può trasformarsi in un abisso senza speranza». È da quel silenzio che la comunità ha provato a ripartire due sabati fa, quando, spontaneamente, i cittadini si sono ritrovati davanti alla casa di piazza Marconi dove è accaduta la tragedia: «Il silenzio delle nostre bocche si confondeva con quello delle pietre della nostra piazza. Troppo grande questo male».
Poi l’affondo più forte, quello che resterà inciso nella memoria: «Il male non si spiega, il male si combatte». Un appello chiaro, rivolto a tutti, perché ciascuno, nella propria vita, possa diventare parte di un argine collettivo contro ciò che distrugge e annienta.
Il parroco ha rivolto lo sguardo anche oltre i confini della città, ricordando il piccolo Elia, ucciso nel Salento pochi giorni dopo: «Ci piace pensarli in paradiso insieme a giocare». E ha dedicato un pensiero alle comunità del Friuli Venezia Giulia colpite dalle recenti tragedie legate al maltempo: «Che nessuno di noi si distragga. Che nessuno di noi si volti dall’altra parte».
Di fronte al feretro bianco, ornato da fiori e da un pallone da calcio, la voce del parroco si è fatta ancora più dolce: «Oggi siamo qui, e se alziamo lo sguardo incontriamo gli occhi del Signore crocifisso. Il Signore è rimasto sulla croce perché su quella croce noi potessimo appoggiare il nostro dolore». Un passaggio decisivo, accompagnato da parole difficili ma profondamente evangeliche: «Il Signore è nell’abisso del nostro dolore affinché nessuno vi resti da solo. Neanche Olena, neanche la mamma di Giovanni».
In uno dei momenti più toccanti, don Destrardi si è rivolto al padre del bambino: «Paolo, grazie. In questi giorni, nelle tue parole non abbiamo sentito violenza né vendetta. Chiedi giustizia e verità, e questo è giusto. Ma la tua bocca è rimasta pura. Ti ringrazio a nome di tutti». L’intera assemblea si è stretta in un applauso carico di rispetto e gratitudine.
Poi un pensiero ai compagni di classe del bambino, presenti e protetti tra gli adulti: «Un vostro compagno ha scritto una canzone bellissima: stare vicino a Giovanni era come stare vicino a un alveare. Era pieno di vita, mille idee. Se aveva le caramelle le condivideva con le femmine, se aveva la merenda la condivideva con i maschi». E l’invito finale ai bambini: «Prendete tutte le cose belle vissute con Giovanni e fatele diventare la vostra eredità».
La conclusione dell’omelia è stata un richiamo dolce ma fermo alla responsabilità reciproca: «Da domani, ciascuno di noi si faccia carico della propria vita e di quella dell’altro. Non trascuriamoci. La rabbia può diventare distruzione, oppure passione e impegno. Importante non è se facciamo tanto o poco, ma che sia tutto ciò che possiamo fare».
E poi l’ultimo affidamento, che ha chiuso un Duomo colmo di lacrime e di fede: «Le anime dei giusti sono nelle mani di Dio. L’anima di Giovanni è nelle mani di Dio. Può correre libero e felice, giocare in paradiso con Elia e con i tanti bambini che hanno vissuto una vita troppo breve».
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