Polidori: «rotta balcanica: la frontiera è Croazia-Bosnia, non Trieste. Europa difenda i confini» (VIDEO)

Paolo Polidori, in diretta dalla psta di pattinaggio con la conduzione di Andrea Pastine, parte da un concetto: Trieste e le città, dice, sono “l’ultimo tassello” su cui ragionare, perché un sindaco sull’immigrazione diretta può fare poco. Il livello vero è europeo.
Spiega quindi la posizione: l’Europa deve decidere di considerare le proprie frontiere come tali “sulla rotta balcanica”, e in particolare lungo il confine con la Bosnia. Per Polidori, quelle sono le frontiere dell’Europa e vanno tutelate in quella zona, anche con l’ipotesi di “interforze”, con la partecipazione di tutti i Paesi dell’Unione Europea.
Il sindaco rifiuta l’idea che il problema venga “deviato” fino al confine con Trieste. Non deve diventare un problema dell’Italia tra Italia e Slovenia, ma una difesa dell’integrità europea sulla linea Croazia-Bosnia: “è quello il problema”, insiste.
Poi chiarisce il linguaggio che usa: i migranti li definisce “clandestini”, spiegando che clandestini sono le persone che entrano “senza diritto e senza documenti”.
Nel passaggio successivo, Pastine richiama il tema dei controlli e Polidori conferma: alle frontiere sì, ma serve prima una concezione diversa dell’accoglienza. Dice che l’accoglienza va fatta “se e solo se” si fugge da Paesi realmente in guerra. Nomina Afghanistan, precisando però che con i talebani “non è un Paese in guerra”, e poi Pakistan, che definisce “assolutamente” non in guerra. Indica queste due direttrici come principali sulla rotta balcanica.
Arriva quindi un secondo punto: “a valle”, cioè sul territorio, occorre evitare condizioni che funzionino da richiamo. Polidori parla di “collegamento continuo” tra migranti su ciò che succede. E elenca quello che considera l’effetto calamita: pocket money, tutto gratis, sanità gratis, possibilità di non lavorare e persino delinquere senza conseguenze. Se passa il messaggio che qui si può avere tutto e senza obblighi, sostiene, allora “ovviamente questo porta tantissime persone a intraprendere la rotta balcanica”.
La conclusione è ancora una volta una chiamata al coraggio politico: restringere al minimo un’accoglienza garantita, riservandola solo a chi ne ha davvero bisogno, e non fare “pubblicità” dell’accoglienza perché, dice, porta solo ulteriore immigrazione.
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