Nuovi nati nel buio della Kleine Berlin: si riproduce ancora il raro Amblypygi

Una nuova osservazione nella Kleine Berlin riporta l'attenzione su una delle presenze zoologiche più insolite e affascinanti del sottosuolo triestino: quella di Charinus ioanniticus, un aracnide appartenente all'ordine degli Amblypygi, comunemente chiamati in inglese whip spiders, cioè “ragni frusta”, denominazione che può però generare confusione perché questi animali non appartengono all'ordine Araneae dei veri ragni. La scoperta della popolazione triestina, pubblicata nel 2020 sulla rivista scientifica Arachnology, rappresentò il primo ritrovamento documentato di un Amblypygi sul territorio italiano e, all'epoca, il secondo dato noto per la specie nell'Europa continentale, nonché la popolazione più occidentale conosciuta.
La nuova osservazione è avvenuta venerdì 28 agosto, a Trieste, durante le consuete visite di fine mese aperte al pubblico. In quell'occasione un giovane universitario, interessato all'aracnide per motivi di studio, ha chiesto di poter accedere a una delle gallerie normalmente escluse dal percorso di visita. L'accesso è stato possibile con l'accompagnamento di Lucio Mircovich, speleologo del gruppo volontari del Club Alpinistico Triestino che gestiscono la Kleine Berlin. Proprio sulle pareti grigie e umide della galleria sono stati individuati due esemplari di Charinus ioanniticus, una specie che, per le sue dimensioni ridotte e per la capacità di confondersi con la superficie minerale e cementizia, non è sempre immediatamente riconoscibile.
L'osservazione più significativa ha riguardato uno dei due individui, una femmina che portava sul dorso la propria covata appena schiusa. Sulla superficie dorsale dell'animale erano infatti distinguibili i giovani, addossati e aggrappati l'uno all'altro, in una delle fasi più caratteristiche della biologia riproduttiva degli Amblypygi. Il particolare assume un'importanza ulteriore perché conferma visivamente un fenomeno già documentato dagli studiosi nella popolazione della Kleine Berlin: questi animali non sono semplicemente sopravvissuti accidentalmente all'interno del rifugio, ma sono riusciti a insediarsi stabilmente nell'ambiente sotterraneo e a riprodursi. Qualche giorno prima, l'entomologo del Museo di Storia Naturale di Trieste aveva già segnalato la presenza di cinque giovani esemplari.
La popolazione era stata individuata scientificamente a partire dal 2019 e studiata sistematicamente fino al 2020 da Andrea Colla, Carlo Maria Legittimo, Filippo Castellucci, Enrico Simeon e Gustavo Silva de Miranda. Il lavoro, intitolato First record of Amblypygi from Italy: Charinus ioanniticus (Charinidae), venne pubblicato nel volume 18 di Arachnology, alle pagine 642-648, con DOI 10.13156/arac.2020.18.6.642. Le indagini condotte nella Kleine Berlin avevano permesso di riconoscere diversi individui di differenti dimensioni, oltre a numerose esuvie, cioè gli involucri lasciati dagli animali durante la muta, e avevano portato all'osservazione di femmine con uova e successivamente con le cosiddette praenymphae, i giovani che seguono la schiusa.
A prima vista Charinus ioanniticus può sembrare una creatura appartenente a un gruppo di animali molto più conosciuto e inquietante. Il corpo appiattito, i pedipalpi anteriori muniti di spine e soprattutto le lunghissime appendici che si muovono davanti all'animale gli conferiscono un aspetto che può ricordare contemporaneamente un ragno e uno scorpione. Dal punto di vista zoologico, tuttavia, gli Amblypygi costituiscono un ordine distinto degli aracnidi e presentano caratteristiche anatomiche proprie. L'ordine comprende oltre duecento specie e ha una distribuzione prevalentemente tropicale e subtropicale, risultando molto meno rappresentato nelle regioni temperate.
La caratteristica che colpisce maggiormente l'osservatore è rappresentata dal primo paio di zampe, che negli Amblypygi non viene utilizzato per camminare come le altre sei zampe locomotorie. Queste appendici sono diventate estremamente lunghe e sottili e svolgono soprattutto una funzione sensoriale, permettendo all'animale di esplorare l'ambiente attraverso il contatto e le vibrazioni. È proprio osservando un esemplare mentre mantiene queste appendici completamente estese che viene spontaneo pensare all'espressione “rizzare le antenne”, anche se, naturalmente, dal punto di vista anatomico non si tratta di vere antenne.
L'animale si muove con estrema cautela, utilizzando queste lunghe strutture sensoriali per esplorare ciò che lo circonda, mentre i pedipalpi, situati anteriormente e dotati di spine, partecipano alla cattura delle prede. A differenza di quanto potrebbe far pensare il suo aspetto, Charinus ioanniticus non possiede ghiandole velenifere associate ai cheliceri ed è considerato innocuo per l'uomo. Anche gli esemplari osservati nella Kleine Berlin sono descritti dagli studiosi come particolarmente timidi.
La presenza di Charinus ioanniticus nel cuore di Trieste rappresenta un caso particolarmente interessante dal punto di vista ecologico perché l'animale vive all'interno di un ambiente completamente artificiale. La Kleine Berlin è infatti un complesso di gallerie sotterranee realizzato durante la Seconda guerra mondiale, nel 1944, come rifugio antiaereo. Il sistema di cunicoli è rimasto in larga parte conservato e, dal 1996, è affidato al Club Alpinistico Triestino, che ne ha valorizzato il patrimonio storico rendendolo visitabile attraverso un percorso museale.
Proprio alcune caratteristiche fisiche delle gallerie sembrano aver creato condizioni favorevoli all'insediamento dell'aracnide. Gli esemplari sono stati osservati sulle pareti verticali, spesso in corrispondenza di concrezioni calcaree, fratture e superfici caratterizzate dalla presenza di umidità. Le ricerche scientifiche hanno evidenziato come gli animali siano stati osservati frequentemente coperti da piccole gocce d'acqua e come alcuni individui tendessero a rimanere nella stessa porzione di parete. Le caratteristiche del luogo, con elevata umidità, assenza di luce solare diretta e condizioni microclimatiche relativamente stabili, ricreano almeno in parte quelle che gli Amblypygi incontrano negli ambienti naturali sotterranei.
È proprio questo microambiente a rendere la Kleine Berlin un vero e proprio laboratorio naturale nel quale osservare il processo di adattamento di una specie a un ambiente molto diverso da quello esterno. Nel sottosuolo artificiale di Trieste l'animale trova infatti alcune delle condizioni fondamentali di cui necessita: oscurità pressoché permanente, umidità e una superficie verticale ricca di piccole irregolarità nelle quali può muoversi e trovare rifugio.
Quando la popolazione triestina venne studiata scientificamente, la sua presenza rappresentava un enigma biogeografico. Charinus ioanniticus era conosciuto nell'area mediterranea orientale, con segnalazioni provenienti dalla Turchia, dalle isole greche di Rodi e Kos e da altre aree del Mediterraneo orientale; nel 2019 era stata inoltre documentata la presenza della specie ad Atene, primo ritrovamento allora noto nell'Europa continentale. Gli studiosi avevano quindi già ipotizzato che la presenza in un ambiente urbano potesse essere collegata anche a un trasporto accidentale operato dall'uomo.
Per quanto riguarda Trieste, lo studio del 2020 prese in considerazione diverse possibili modalità di arrivo. Gli autori valutarono, tra le altre ipotesi, un eventuale trasporto accidentale associato a materiali speleologici o oggetti storici introdotti nel sistema sotterraneo nel corso degli anni, ma non trovarono collegamenti affidabili fra le attività speleologiche del CAT nelle aree in cui la specie era presente e l'arrivo dell'aracnide nella Kleine Berlin.
È proprio a questo punto che la storia della popolazione triestina diventa particolarmente interessante. Una delle ipotesi storiche considerate dagli studiosi riguarda infatti un possibile trasporto accidentale legato ai movimenti di uomini e materiali durante il periodo bellico dell'ultimo conflitto mondiale. L'ipotesi è compatibile con la biologia della specie e con il fatto che popolazioni di Charinus ioanniticus siano state individuate anche in ambienti artificiali e in prossimità di insediamenti umani, ma non è stato possibile dimostrare quale sia stato l'effettivo vettore che portò gli animali a Trieste. Per questo motivo non è corretto affermare come fatto acquisito che siano stati necessariamente i militari tedeschi in ritirata dalla Grecia a trasportare gli Amblypygi nelle casse di materiale militare. Gli stessi ricercatori che hanno studiato la popolazione hanno sottolineato l'impossibilità di stabilire quando siano arrivati i primi esemplari e attraverso quale mezzo.
Se l'origine della popolazione rimane incerta, ancora più interessante è ciò che è accaduto successivamente. La prima osservazione scientificamente documentata risale al 2019, ma gli studi condotti nei due anni successivi dimostrarono che nella galleria non era presente un individuo isolato. Furono riconosciuti esemplari adulti e giovani di diverse dimensioni, insieme a numerose esuvie, segno che gli animali completavano il proprio ciclo di crescita all'interno dell'ex rifugio antiaereo di Trieste. Le osservazioni ripetute di individui già riconosciuti e marcati dimostrarono inoltre che alcuni esemplari rimanevano nel sistema sotterraneo nel corso del tempo.
Ancora più significativa fu l'osservazione di femmine con uova e successivamente con giovani. Nello studio scientifico sono documentate, in particolare, una femmina con uova osservata il 6 luglio 2020 e una femmina con praenymphae osservata il 1° ottobre dello stesso anno.
La biologia riproduttiva di Charinus ioanniticus aggiunge un ulteriore elemento di interesse. La specie è nota per la capacità di riprodursi per partenogenesi in alcune popolazioni, cioè attraverso una riproduzione nella quale la femmina può produrre prole senza la fecondazione da parte di un maschio. La letteratura scientifica ha documentato questo fenomeno nella specie, in particolare nelle popolazioni di Rodi, anche se la modalità riproduttiva delle popolazioni di altre aree, compresa quella italiana, richiede valutazioni specifiche. È quindi più prudente parlare della popolazione triestina come di una popolazione costituita da sole femmine e capace di riprodursi, senza attribuirle automaticamente una modalità riproduttiva definitivamente dimostrata per ogni generazione.
La presenza, oggi, di una femmina con giovani sul dorso rappresenta quindi un'osservazione particolarmente interessante perché documenta nuovamente una fase riproduttiva all'interno della galleria e mostra che la popolazione continua a trovare nell'ambiente sotterraneo condizioni compatibili con il proprio ciclo biologico.
Il fatto che questi animali siano presenti nella Kleine Berlin da anni non significa che siano facilmente osservabili durante le normali visite. Gli Amblypygi hanno abitudini prevalentemente notturne e sono estremamente discreti; inoltre gli esemplari possono rimanere immobili sulle pareti per lunghi periodi, mimetizzandosi contro superfici grigie, concrezioni e zone d'ombra. La loro individuazione richiede quindi attenzione e conoscenza dell'habitat.
Per la Kleine Berlin, inoltre, la presenza di Charinus ioanniticus costituisce un ulteriore elemento di valore naturalistico che si affianca alla straordinaria importanza storica delle gallerie. Il rifugio non rappresenta quindi soltanto una testimonianza architettonica e militare del Novecento, ma è diventato nel corso dei decenni anche un ambiente nel quale una specie insolita ha trovato condizioni sufficientemente favorevoli per insediarsi e riprodursi.
L'osservazione del 28 agosto aggiunge dunque un nuovo tassello alla conoscenza della popolazione triestina di Charinus ioanniticus. La femmina con i giovani sul dorso non rappresenta semplicemente un'immagine curiosa o spettacolare, ma testimonia la complessità di un processo biologico iniziato almeno diversi anni fa e tuttora osservabile all'interno di una galleria artificiale.
La Kleine Berlin continua così a custodire due storie apparentemente lontanissime: quella degli uomini che nel 1944 scavarono e costruirono il rifugio sotterraneo e quella, molto più antica e silenziosa, dell'evoluzione di un aracnide capace di adattarsi all'oscurità, all'umidità e alla stabilità microclimatica del sottosuolo.
Quando un esemplare viene illuminato dalla luce di una torcia, quelle che sembrano antenne si distendono sulla parete e cominciano a esplorare lo spazio circostante. È un movimento lento, quasi impercettibile, ma racchiude una delle storie naturalistiche più singolari del sottosuolo triestino: quella di una specie mediterranea che, per ragioni ancora non completamente chiarite, è arrivata in una città dell'Alto Adriatico, ha trovato rifugio in una struttura costruita dagli uomini durante la guerra e, contro ogni previsione, ha trasformato quelle gallerie in una casa capace di sostenerne il ciclo vitale.
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