“Non basta un giorno all’anno”: la proposta di un triestino per un Giorno del Ricordo ogni settimana

Non un anniversario, ma una scelta continua. Non una ricorrenza formale, ma un impegno costante. Da Trieste arriva una proposta destinata a far discutere: istituire idealmente un “Giorno del Ricordo” ogni settimana, per impedire che la memoria delle foibe e dell’esodo giuliano-dalmata venga confinata a una sola data sul calendario.
L’idea nasce da un cittadino triestino che, in occasione delle celebrazioni del 10 febbraio, ha voluto lanciare una riflessione semplice e insieme radicale: la memoria non può essere intermittente. Secondo questa visione, ricordare una tragedia che ha segnato profondamente il territorio e l’identità nazionale non dovrebbe essere un gesto rituale, ma una pratica costante, diffusa, quotidiana.
La memoria come responsabilità permanente
Alla base della proposta c’è una convinzione netta: un solo giorno all’anno rischia di non essere sufficiente a rendere giustizia a una storia complessa, dolorosa e a lungo rimossa. Le foibe, l’esodo, i campi profughi, le famiglie spezzate e l’abbandono forzato delle terre istriane, fiumane e dalmate non sono solo un capitolo del passato, ma una ferita che continua a interrogare il presente.
L’idea del “Giorno del Ricordo settimanale” non ha una forma istituzionale, ma un valore simbolico e culturale. Significa tenere viva l’attenzione, parlarne nelle scuole, nelle famiglie, nei luoghi pubblici, senza attendere che sia il calendario a ricordarci cosa è accaduto.
Trieste, città della memoria
Non è casuale che una proposta del genere nasca a Trieste, città di confine, di passaggi e di stratificazioni storiche. Qui la memoria delle foibe e dell’esodo non è astratta, ma incarnata nei racconti, nei cognomi, nei silenzi e nelle assenze. Per molti triestini, il Giorno del Ricordo non è una commemorazione lontana, ma qualcosa che tocca direttamente la propria storia familiare.
In questo contesto, l’idea di ricordare “ogni settimana” diventa una provocazione civile: non permettere che il ricordo si affievolisca, non lasciarlo scivolare nell’abitudine o nell’oblio una volta spenti i riflettori del 10 febbraio.
Oltre la retorica, contro l’oblio
La proposta non chiede celebrazioni solenni continue né cerimonie ripetute, ma un cambio di prospettiva. Ricordare significa parlare, spiegare, trasmettere, soprattutto alle nuove generazioni. Significa anche contrastare ogni tentativo di relativizzazione o negazione, che trova spazio proprio quando la memoria diventa episodica.
In un tempo in cui la storia viene spesso semplificata o piegata a letture ideologiche, l’idea di un ricordo costante assume il valore di una resistenza culturale. Non per dividere, ma per comprendere; non per alimentare rancori, ma per riconoscere ciò che è stato.
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