domenica 12 luglio 2026
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Cronaca

Fine vita, triestina Martina Oppelli ammessa all'udienza in Corte costituzionale sul suicidio assistito

Luca Marsi·
Fine vita, triestina Martina Oppelli ammessa all'udienza in Corte costituzionale sul suicidio assistito

Ieri Martina Oppelli, 49 anni di Trieste, affetta da sclerosi multipla, è stata ammessa in giudizio durante l’udienza che si è tenuta in Corte costituzionale nel procedimento su cui la Consulta è chiamata a esprimersi per la seconda volta dopo il caso di Dj Fabo, sul tema del “suicidio medicalmente assistito”, e della legittimità di restringere l’accesso a tale pratica a coloro che - tra le altre  condizioni - siamo anche  “tenuti in vita da trattamenti  di sostegno vitale”. Insieme a Oppelli, è stata ammessa anche Laura Santi, perugina, affetta anche lei da sclerosi multipla, e che, come Martina, si è vista rifiutare dalla Asl l’accesso all’aiuto medico alla morte volontaria. Entrambe sono difese dall’avvocata Filomena Gallo, segretaria nazionale dell’Associazione Luca Coscioni, che coordina l’intero team legale, coincidente con la difesa di Marco Cappato, di Chiara Lalli e di Felicetta Maltese. Oppelli e Santi hanno chiesto di intervenire come terze parti nel giudizio di legittimità costituzionale sollevato dal Tribunale di Firenze alla luce della loro “posizione giuridica soggettiva”, ovvero alla luce del fatto che sono affette da patologie degenerative e non sono dipendenti da trattamenti di sostegno vitale intesi in senso restrittivo – proprio come Massimiliano, sul cui caso sono chiamati a esprimersi i giudici della Corte.

Massimiliano era un uomo toscano 44enne, affetto da sclerosi multipla, che è stato aiutato a raggiungere la Svizzera per ricorrere al "suicidio medicamente assistito", tramite un'azione di disobbedienza civile da parte di Marco Cappato, rappresentante legale dell’Associazione Soccorso Civile, da Chiara Lalli e Felicetta Maltese. Senza il loro aiuto, Massimiliano non avrebbe mai potuto raggiungere da solo la Svizzera. Massimiliano non era dipendente da un trattamento di sostegno vitale in senso restrittivo,  nonostante fosse dipendente totalmente da assistenza di terze persone per sopravvivere, proprio come Martina Oppelli e Laura Santi. Per questo avrebbbe potuto incontrare ostacoli nell’accedere al suicidio assistito in Italia, reso legale, a determinate condizioni, dalla sentenza numero 242 del 2019 sul caso “CappatoAntoniani” (Dj Fabo).

“Se da una parte Martina Oppelli ha ottenuto di essere ammessa in giudizio dalla Corte costituzionale sul diritto di accedere all’aiuto medico alla morte volontaria, dall’altra la Regione Friuli Venezia Giulia si rifiuta persino di affrontare il tema di come il Servizio sanitario dovrebbe organizzarsi per rispettare le regole definite dalla Corte stessa. Il Presidente Massimiliano Fedriga fugge così dalle proprie responsabilità, esponendo persone con malattie irreversibili, afflitte da sofferenze insopportabili, al rischio di subire una tortura per colpa dell’ostruzionismo delle direzioni sanitarie. Proprio come sta accadendo a Martina”, ha dichiarato Marco Cappato, tesoriere dell’Associazione Luca Coscioni, commentando la mancata discussione al Consiglio Regionale del Friuli Venezia Giulia della proposta di legge regionale di iniziativa popolare “Liberi Subito”, elaborata e promossa dall’Associazione Luca Coscioni, per regolamentare l’aiuto medico alla morte volontaria. 

La possibilità di Oppelli e di Santi, che reputano intollerabili le sofferenze determinate dalla loro patologia irreversibile, di accedere all’aiuto al suicidio in Italia dipende anche  dalla presenza del requisito sui cui i giudici sono chiamati a decidere. I giudici, in questo caso, interverranno sull’articolo 580 del codice penale, così come oggi in vigore a seguito della dichiarazione di incostituzionalità n. 242/19, nella parte che prevede tra le condizioni del malato per la non punibilità dell’aiuto, la dipendenza da trattamenti di sostegno vitale.

Oggetto della nuova pronuncia dei giudici della Corte sarà, dunque, il requisito del “trattamento di sostegno vitale“, ossia quello che si presta a un’interpretazione più ambigua e con potenziali effetti discriminatori, a causa del quale tanti italiani sono costretti ad andare in Svizzera per accedere al suicidio medicalmente assistito oppure a dover subire, contro la propria volontà, condizioni di sofferenza insopportabile.

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