Carceri, Sbriglia: “Servono lavoro e percorsi alternativi alla detenzione”
“Provate a versare due litri e mezzo d’acqua in una bottiglia da un litro e mezzo, senza che si disperda, bagni il tavolo e le vostre mani o vada sprecata: se ci riuscite, siete straordinari”.
È l’immagine scelta dal Garante regionale dei diritti della persona, Enrico Sbriglia, per descrivere la situazione del carcere triestino del Coroneo, dove a fronte di una capienza prevista di 150 detenuti erano presenti 255 persone, tra uomini e donne. La riflessione arriva a margine delle funzioni religiose celebrate nella casa circondariale Ernesto Mari dal vescovo di Trieste, Enrico Trevisi, insieme al direttore della Caritas diocesana, padre Giovanni La Manna, e al cappellano del carcere, padre Silvio Alaimo.
“Ogni volta che mi trovo tra quelle mura - afferma Sbriglia - provo un senso di inquietudine come cittadino, padre, nonno e Garante. Ma garante di cosa, spesso mi chiedo?. In una Regione bella e civile come la nostra non riesco ad accettare che non si riescano a trovare soluzioni diverse dal carcere per tante delle persone detenute che incontro, le cui storie raccontano sempre più spesso disagio sociale, dipendenze, fragilità e marginalità”.
“Certo - osserva il Garante - ci sono anche i criminali strutturati, e persone che hanno commesso reati gravi, ma chiedo di distinguere le situazioni e di utilizzare strumenti diversi quando il carcere non rappresenta la risposta più efficace. Ma davvero si ritiene utile questa modalità di governo delle persone detenute, che può apparire come una forma strisciante di vendetta di Stato? Ma davvero pensiamo che comprimendo quei corpi, in carceri spesso prive di personale sufficiente, educatori, psicologi, assistenti sociali, insegnanti, formatori, medici e infermieri, si faccia sicurezza e si riduca la commissione di nuovi reati?”
“Tutti - prosegue Sbriglia -, ricordiamolo, torneranno in libertà, se non moriranno prima. Ma cosa troveranno fuori se saranno senza lavoro, casa, affetti e considerazione sociale? Il carcere è un luogo innaturale ed è ancora oggi la prima risposta che diamo alla delinquenza. Ma non può essere il principale rimedio, peraltro fasullo, con cui illudersi di fare sicurezza”.
Tra le priorità indicate dal Garante c’è “il rafforzamento dei percorsi terapeutici per le persone con problemi di tossicodipendenza. Il Governo sembra aver compreso questa necessità, ma dove sono le comunità? Quelle presenti sul territorio non potranno mai farcela da sole. Il numero delle persone che potrebbero avere bisogno di questi percorsi è troppo elevato”.
“La Regione potrebbe assumere un ruolo di regia pubblica - propone Sbriglia - finanziando e controllando progettualità serie, sostenendo percorsi di formazione, lavoro e reinserimento e collaborando con la magistratura di sorveglianza. Il lavoro e l’attribuzione ponderata di spazi di responsabilità controllata vanno assicurati a questo esercito altrimenti di perdenti, investire nel reinserimento significa anche investire nella sicurezza della comunità”.
“Aiutando e favorendo percorsi alternativi per le persone detenute innocue, malate o profondamente fragili, la Regione aiuterebbe anche sé stessa”. Sbriglia lancia quindi un appello alle istituzioni e al territorio: “Perché, allora, non provarci? So per certo che qualcosa sta maturando e che vi sono decisori politici coraggiosi. Perciò, avanti”.
“Un ruolo importante - conclude Sbriglia - può essere svolto anche dal volontariato, sano, forte, serio, laico e religioso, presente sul territorio. Questa è una terra che ha conosciuto gli effetti terribili dei terremoti naturali e ha dimostrato di sapersi rialzare. Potrebbe essere d’esempio anche contro i terremoti sociali, offrendo aiuto ed esercitando controllo. In questa Regione, al di là degli schieramenti e delle sensibilità, le cose buone e giuste si sanno fare”.
ACON/COM/rm
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