Museo della Civiltà Istriana, un triestino solleva il caso: «Ma quando mai si può parlare di civiltà?»

Una contestazione che parte da una parola, “civiltà”, e arriva fino al progetto di un nuovo spazio museale al Magazzino 26. È la riflessione inviata da Sergio Lorenzutti, cittadino triestino, che mette in discussione l'utilizzo dell'espressione “civiltà istriana”, considerandola storicamente e culturalmente impropria.
La sua è una posizione personale, decisamente critica, che parte dalla composizione storica dell'Istria e arriva a un ricordo legato al museo di Cavana. Le considerazioni storiche ed etnografiche contenute nella segnalazione vengono quindi riportate come opinioni e ricostruzioni del lettore, senza presentarle come conclusioni accertate.
La contestazione parte dalla parola “civiltà”
Il punto centrale dell'intervento è molto preciso. Il cittadino non mette in discussione l'esistenza di un museo dedicato agli istriani, ma contesta la scelta del sostantivo “civiltà”.
Secondo la sua riflessione, nel corso della storia sono esistite numerose civiltà riconoscibili attraverso propri valori, cultura, arte e vicende storiche. A suo giudizio, però, questa definizione non potrebbe essere applicata nello stesso modo alla realtà istriana.
Il lettore descrive infatti l'Istria come una terra storicamente caratterizzata da incontri e mescolanze tra popolazioni differenti, richiamando la presenza veneziana lungo la costa, quella slava e croata e l'arrivo nell'entroterra dei cosiddetti “cici”, che nella sua ricostruzione sarebbero giunti dalla Romania in seguito all'invasione turca.
È proprio questa complessità storica che, secondo il triestino, renderebbe improprio parlare di una singola e autonoma “civiltà istriana”.
Il ricordo di un incontro nel museo di Cavana
Nella segnalazione compare anche un episodio personale.
Il cittadino ricorda una visita al museo di Cavana e un colloquio avuto con un uomo che, secondo i suoi ricordi, avrebbe ricoperto un ruolo direttivo all'interno della struttura.
Durante quella conversazione racconta di aver posto proprio la domanda che oggi ripropone pubblicamente: quali elementi propri di cultura, arte, storia e valori permetterebbero di utilizzare la parola “civiltà”?
Secondo il suo racconto, l'interlocutore avrebbe sorriso senza entrare nel merito della contestazione, prima che i due si salutassero cordialmente.
Il triestino interpreta quell'episodio come un ricordo significativo della propria perplessità, pur precisando egli stesso di non ricordare con certezza il ruolo esatto ricoperto dalla persona incontrata.
«Che sia un museo mi pare logico»
La distinzione proposta dal lettore è importante.
Non viene contestata l'opportunità di conservare, raccontare ed esporre la memoria degli istriani. Al contrario, considera perfettamente comprensibile l'esistenza di un museo dedicato alla loro storia.
La sua obiezione riguarda esclusivamente la categoria utilizzata per definirla.
Per il cittadino, dunque, “museo degli istriani” e “museo della civiltà istriana” non sarebbero espressioni equivalenti: la prima descriverebbe legittimamente un patrimonio storico e umano, mentre la seconda attribuirebbe, secondo la sua opinione, una qualificazione eccessiva.
Il nuovo capitolo del Magazzino 26
A riaccendere la questione, nella riflessione inviata, è la prospettiva di un altro museo al Magazzino 26, nuovamente collegato, secondo quanto riferisce il cittadino, alla definizione di “civiltà istriana”.
Ed è proprio questa circostanza che lo porta a riproporre pubblicamente una domanda che sostiene di essersi posto già in passato.
La sua posizione non vuole negare la memoria istriana né la possibilità di dedicarle spazi museali, ma contesta il modo in cui questa memoria viene definita.
Una parola che diventa terreno di discussione
La segnalazione apre così un tema che va oltre la semplice denominazione di un museo.
Dietro una singola parola si incontrano infatti identità, memoria, storia e interpretazione del passato, elementi che in un territorio complesso come quello dell'Adriatico orientale possono facilmente generare letture differenti.
Quella proposta dal cittadino triestino è una di queste letture, volutamente polemica e destinata probabilmente a suscitare opinioni contrarie.
La conclusione del suo intervento riassume perfettamente il tono della contestazione: «Va bene che siamo in un Paese libero, ma il troppo stroppia».
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